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Il lavoro agile come modalità ordinaria di lavoro negli atenei ed enti di ricerca

Di fronte alla nuova impennata della curva epidemica, superare il decreto Brunetta del 15 ottobre, valorizzare lo smart working come modalità ordinaria della prestazione lavorativa.

03/01/2022
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Il 15 ottobre con un decreto del ministro della Funzione Pubblica, al fine di “realizzare il superamento dell’utilizzo del lavoro agile emergenziale come una delle modalità ordinarie di svolgimento della prestazione lavorativa”, si è imposto il rientro in presenza di tutto il personale della Pubblica Amministrazione, compreso quello delle università e degli enti di ricerca.

Abbiamo più volte segnalato che si trattava di una norma profondamente sbagliata, sia perché non teneva in nessun conto l’evoluzione della pandemia sia perché ignorava il grande sforzo che le lavoratrici e i lavoratori avevano compiuto per adeguare prassi, procedure, processi ed erogazioni delle funzioni.

Le università e gli enti di ricerca sono strutture specifiche e particolari, che svolgono attività lavorative inerenti allo studio e l’investigazione scientifica, la didattica, la divulgazione culturale, che spesso coinvolgono figure e incarichi specializzati. Per questo il personale, sia quello docente e di ricerca, sia quello tecnico amministrativo, ha una qualificazione spesso più alta di quella che si riscontra nel resto del pubblico impiego, mentre la loro opera prevede un uso diffuso e frequente di strumenti informatici e procedure digitalizzate. Non è un caso che le università siano potute passare quasi istantaneamente ad erogare la didattica on line, o che le attività di ricerca e amministrative siano state facilmente gestite da tutte le amministrazioni del settore nel corso del primo lockdown: atenei ed enti di ricerca avevano infatti già a disposizione e in uso strumentazioni, programmi e piattaforme che da tempo erano entrate nel loro lavoro quotidiano (seppur spesso non sfruttate con le potenzialità e l’intensità a cui la pandemia ci ha costretto).

Le università e gli enti di ricerca, quindi, hanno continuato ad essere aperti e a svolgere le proprie funzioni in ogni momento in questi mesi difficili. Lo dimostrano numerose indagini ed analisi svolte dagli organi di controllo (Ministero, CUN, ANVUR, ecc) e dalle stesse amministrazioni degli enti e degli atenei. L’uso massivo di forme agili di lavoro ha determinato processi di innovazione che in ogni caso andrebbero valorizzati: in primo luogo studiati (forse capiti) e quindi implementati anche quando finalmente si tornerà alla normale amministrazione, fuori da ogni emergenza sanitaria.

In molti atenei e in alcuni enti di ricerca, purtroppo, le norme sul rientro sono state però applicate senza un approccio critico e costruttivo e senza il necessario confronto sindacale. Limiti già incomprensibili della norma sono stati utilizzati per un ritorno al passato poco attento alle esigenze delle strutture, oltre che dei lavoratori e delle lavoratrici.

La situazione dei contagi in queste settimane, in ogni caso, disegna un altro e diverso scenario. Le decine di migliaia, se non le centinaia di migliaia, di contagi quotidiani hanno chiamato il governo a prendere nuovi e urgenti provvedimenti, mentre diverse Regioni tornano a colorarsi e quindi ad imporre nuove restrizioni ai comportamenti sociali. Questa situazione emergenziale, in cui giustamente si prendono nuove e straordinarie misure di sicurezza, per noi non può che determinare il ritorno al lavoro agile come modalità ordinaria dello svolgimento del lavoro nelle università e negli enti di ricerca: solo il lavoro che non può essere svolto a distanza deve essere svolto in presenza! Nel momento in cui si impongono limitazioni alla capienza, mascherine FFP2 e super green pass per muoversi e lavorare, non si può infatti che riattivare anche le modalità straordinarie relative al lavoro agile nel pubblico impiego, come già avvenuto in diversi altri paesi europei. Mettere in pericolo le persone che vanno a lavorare, le persone che si incontrano, senza nessun bisogno sarebbe oggi una colpa gravissima.

Il governo, il parlamento, le amministrazioni universitarie e degli enti di ricerca si devono assumere la responsabilità di superare le regole che sono state imposte in questi due mesi. È ora di correggere gli errori compiuti. Sarebbe necessario un intervento che cancelli (o che almeno sospenda) il decreto ministeriale che ha imposto il rientro al lavoro in presenza nella Pubblica Amministrazione. Dobbiamo comunque sottolineare che comunque nei nostri atenei e nei nostri enti di ricerca ci sarebbero lo stesso le condizioni per superarlo, attraverso la negoziazione di forme di lavoro a distanza anche per chi per una parte del proprio tempo svolge funzioni da front office e/o di back office.

Nei settori della formazione e della ricerca le lavoratrici e i lavoratori hanno già dimostrato che si può fare: oggi lo si deve fare! Tutte e tutti devono dare un contributo alla battaglia contro la pandemia, non è possibile che in settori dove si può evitare e/o limitare i contatti interpersonali non lo si faccia: un’idea sbagliata della qualità del lavoro da remoto non deve determinare scelte socialmente pericolose e incomprensibili.

Anche nel confronto con il Ministero di questi giorni sulla sicurezza negli atenei sosterremo la necessità di dare indicazioni per un ritorno al lavoro agile generalizzato: non abbiamo alcuna titubanza nell’affermare che non ci sarebbero contraccolpi rispetto alla qualità dei servizi erogati. La peculiarità dei nostri settori rispetto anche al resto della Pubblica Amministrazione deve comunque portare a norme specifiche e per questo continuiamo a insistere che un livello di confronto nazionale su alcune materie come quella della sicurezza ci sembra sempre più necessario. L’autonomia che determina la lunghezza del metro di distanza, la percentuale di utilizzo degli spazi per la didattica e per la ricerca, la vita del virus sulla superficie dei libri in funzione della latitudine o della longitudine è semplicemente una barzelletta di pessimo gusto.

Sarà inoltre comunque necessario riaprire i tavoli di contrattazione locali per definire un quadro di regole che valorizzino le varie forme di lavoro da remoto, recuperando anche parti di salario che in alcuni casi si sono persi (buoni pasto, incentivi, straordinario…).

Non possiamo aspettare il rinnovo del CCNL per regolamentare il lavoro da remoto: con gli strumenti che abbiamo possiamo intanto intervenire subito, poi lo faremo meglio e in modo più compiuto. Abbiamo tutti gli elementi per farlo dipende solo dalla capacità di superare limiti e rigidità incomprensibili.