Home » Rassegna stampa » Locale » Repubblica/Bologna: All´università manca il coraggio di riformarsi

Repubblica/Bologna: All´università manca il coraggio di riformarsi

Due temi hanno riacceso il dibattito sull´università. L´impreparazione degli studenti e le "pagelle" ai docenti.

28/12/2006
Decrease text sizeIncrease text size
la Repubblica

L´intervento
ALBERTO DE BERNARDI*
Due temi hanno riacceso il dibattito sull´università. L´impreparazione degli studenti avviato dall´intervista al professor Emilio Pasquini, proseguito, poi, con l´intervento del collega Alberto Bertoni, e le "pagelle" ai docenti.
Tali questioni, apparentemente diverse, hanno un comune denominatore, che riguarda la difficoltà dell´università a riformare se stessa, mentre diventa sempre più evidente che senza un progetto di cambiamenti strutturali, il declino diventerà non solo irreversibile, ma sempre più rapido. Riformare l´università è in prima istanza una questione di volontà, non di soldi. Significa saper impiegare al meglio le risorse a disposizione - che sono molte - per ottimizzare i risultati a cui l´Ateneo deve tendere: produrre ricerca come risorsa essenziale del sistema paese e come pilastro di una didattica di eccellenza. E´ un compito che può essere svolto utilizzando con intelligenza e flessibilità l´autonomia della quale l´università già dispone, sebbene finora se ne sia servita in modo incerto e contraddittorio. La questione della preparazione d´ingresso degli studenti è per molti versi paradigmatica: se non vogliamo che essa non si riduca a una paludata deprecatio temporis, né ad una contrapposizione tra vecchie e nuove generazioni, dobbiamo avere il coraggio di affrontare una riflessione profonda - e finora evitata come la peste dai docenti - sulla didattica universitaria. Infatti il grande buco nero della riforma è proprio questo: la difficoltà dell´università a prendere atto che una nuova organizzazione della formazione chiama in causa da un lato una ridefinizione complessiva dei saperi, degli statuti disciplinari, oggetto dell´insegnamento, per adeguarli alle nuove sensibilità culturali delle giovani generazioni, e dall´altro una profonda riprogettazione degli strumenti d´insegnamento, attraverso la quale ridefinire il senso e la direzione della mediazione didattica.

Questa discussione nella scuola è in corso da vent´anni, mentre nell´università non è mai cominciata: questo è il problema, da cui discende che un numero crescente di studenti non si orientino nei canoni disciplinari che gli vengono riproposti tanto acriticamente, quanto boriosamente. L´università ha gestito la riforma in termini burocratici, aumentando le ore d´insegnamento dei docenti, per corrispondere a una opinione pubblica infatuata del mito che i professori lavorano poco, e moltiplicando master e corsi di laurea soprattutto per soddisfare equilibri accademici; poi, scoprendo che parcellizzava il sapere, abbassava la qualità della formazione e spendeva troppo, ha cominciato a fare marcia indietro senza utilizzare l´occasione per ripensarsi criticamente. Questo fallimento non si può nascondere né dietro la foglia di fico della denuncia della licealizzazione dell´Università - che non esiste - né di quella ancor più strumentale, dell´ignoranza degli studenti. Esso è figlio dello spirito di conservazione e dell´immobilismo dell´Università. L´immobilismo e il conservatorismo riemergono di fronte al tema della valutazione: di qualunque valutazione. Le risposte piccate dei colleghi di fronte all´uso di una strumento di indagine sulla qualità della docenza che l´Ateneo ha deciso di darsi, sono significative di una concezione del mondo accademico che in sostanza rifiuta ogni controllo sulla produttività e sulla qualità dei servizi erogati. Così l´articolata serie di strumenti di valutazione è rimasta in buona parte inutilizzata perché la distribuzione delle risorse ne continua a prescindere in larga misura, anche perché i risultati di queste valutazioni non sono pubblici, ma riservati. Senza una didattica di qualità e una cultura della valutazione l´università è destinata a ridursi a una istituzione "corporata", alla spasmodica ricerca di sempre più cospicui trasferimenti statali, per garantire la riproduzione di un organismo inefficiente e inefficace.

*(direttore del dipartimento
di discipline storiche)