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AprileOnLine: Facciamoci guidare dal buon senso

Lettere

16/06/2006
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Aprileonline

Orietta Dora Cordovana*

Tra i tanti veleni della più recente campagna elettorale, instillati da una parte e dall’altra degli schieramenti politici, l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi una cosa giusta l’ha detta: la scelta degli elettori per il governo del nostro Paese implica un’opzione di diverso stile nella gestione della cosa pubblica. Per deformazione professionale sono anni che osservo gli ‘stili’ dei governi che si succedono in Italia, specie nel gestire l’Università e la Ricerca, che nei loro microcosmi condensano e rispecchiano vizi e virtù di italica tradizione. Ho preso parte alle audizioni parlamentari nel governo Berlusconi sul decreto Moratti relativo alla riforma universitaria e ne ho amaramente constatato lo stile ‘carrarmato’, nonostante la patina democratica da slogan ‘ascoltiamo tutti’, ma – nei fatti – ‘contano solo i poteri forti costituiti’.
Così anche lo ‘stile’ gioioso ed ottimistico della kermesse politica dei DS nel cercare ampio contatto e consenso nei ‘primi passi’ del Governo Prodi, il 12 giugno scorso in Via Nazionale a Roma, è nato sotto il segno delle citazioni dantesche ... e quindi uscimmo a riveder le stelle... e, naturalmente di questi tempi, sotto il segno di alcuni ‘venerabili’ articoli della Costituzione (alle citazioni dei quali avrei voluto aggiungere soprattutto quella dell’art. n.1).
Di cose intelligenti e incoraggianti ne ho sentite tante, giuste e positive, ottimistiche e ideali, nei programmi almeno. Lo staff in questione, del resto, sembra non essere a corto di ‘teste’ e, se non altro in questi anni di opposizione politica, ha forse sviluppato un diverso tipo di sensibilità nei confronti delle realtà universitarie e di ricerca, nonostante pesino le grosse responsabilità del passato (riforma 3+2 ad es.).
Avrei voluto comunicare, durante l’incontro con il Ministro, alcune considerazioni e riflessioni ma, com’era naturale, è stato subissato da richieste, consigli, denunce e incoraggiamenti da parte di accademici, scienziati, ricercatori, addetti ai lavori e non.
Vengo subito al punto. Per tutta la mattinata (sono dovuta scappare verso le due per motivi di ‘lavoro’) non ho mai sentito pronunciare le parole ‘precarietà’ e ‘lavoro precario’ nelle Università. Ho sentito invece espressioni come ‘ondata di assunzioni’ a vantaggio di ‘giovani’ ricercatori; ma anche ‘reclutamento straordinario’ di breve termine. Problemi spinosi, si sa, la cui risoluzione richiede grande coraggio e onestà intellettuale, o forse faccia tosta, o forse buon senso (spero). Buon senso, che ultimamente sembra mancare nella gestione politica delle risorse economiche, produttive, intellettuali di questo Paese, da noi amato moltissimo (al di là delle partite di calcio), ma che spesso siamo costretti ad abbandonare. Ricordo la battuta di un noto film premio-oscar – ‘Elisabeth’ – attribuita alla grande sovrana dell’imperialismo inglese parlando alla Camera dei Lord: «il buon senso è una virtù molto britannica». Ebbene: da noi in Italia il buon senso dovrebbe diventare, non dico una virtù, ma almeno per un po’ uno stile di azione politica (di sinistra e di destra). Forse dovremmo smettere di affrontare le emergenze del contingente, riuscendo a pianificare una volta tanto nel medio e nel lungo termine per l’interesse collettivo, non solo per i vantaggi delle lobby di turno, o di singole generazioni di italiani che hanno avuto la fortuna di nascere in ‘altri tempi’. In questo non dico che dovremmo imitare i Tedeschi che, secondo una battutaccia che circolava tempo fa in ambienti internazionali, ‘pianificano anche per fare la pipì’, ma un po’ di quel rigore, che è forse anche moralizzazione (se non altro negli intenti), a noi non farebbe male.
Mi chiedo chi sono i ‘giovani’ ricercatori che il Ministro Mussi intende assumere ‘in massa’. I neo-dottori di ricerca, con qualche pubblicazione all’attivo (28/32 anni)? Gli assegnisti, cioè quelli che in questo momento hanno la fortuna di avere un assegno, perché nel ‘giro’ delle spartizioni di Facoltà il turno è toccato al barone loro referente (35/40 anni)? Oppure i professori a contratto (al di sopra dei 38/40 anni), spesso con svariate pubblicazioni a testa, che possono anche ricevere la cifra di 200 Euro lordi l’anno, per condurre, non singoli moduli, ma insegnamenti completi, lavorando per lo stesso numero di ore e con le identiche mansioni (lezioni, esami, tutorato, tesi ecc.) di un associato o di un ordinario, ma senza alcuna rappresentanza nei Consigli di Facoltà o di Dipartimento? Oppure tutte le altre figure di ‘giovani ricercatori’ (neo-laureati, masteristi, specializzandi, consulenti vari) che a titolo diverso conducono l’inifinita varietà di svilenti moduli e modulini per crediti integrativi (leggi punti-Miralanza)?
Non vorrei che questo reclutamento di ‘massa’ nascondesse nei fatti un’ennesima ope legis, demagogica e populista, in favore di ‘giovani’, che magari non hanno ancora maturato i necessari titoli per una professionalità accademica, o peggio, nei confronti di gente che con l’iter di formazione accademica c’entra poco o nulla, ma ha avuto la fortuna di essere agganciata alle conoscenze giuste, in una giungla di figure docenti per nulla regolamentata in modo univoco.
Mi perdoni Signor Ministro qualora nei suoi progetti di ope legis non si trattasse ed io facessi delle illazioni, qualora avessi frainteso. Appartengo ad una generazione che ha vanamente creduto nel merito ed è stata ‘fregata’ dalle ope legis, più o meno scoperte, più o meno ipocrite. Lei in effetti di ‘merito’ ha parlato, ma in questo disordine può essere veramente difficile ‘controllare’ il merito.
Impariamo dal passato. Per noi un’assunzione straordinaria in massa sarebbe umiliante, lesiva della nostra dignità e del nostro valore professionale, ma, soprattutto, nel lungo termine ripresenterebbe i problemi di oggi alle generazioni di studiosi che noi stessi (precari e non, quelli che nei saperi comuni ci credono ancora) stiamo cercando di formare tra mille difficoltà (anche ‘aggirando’ la 3+2). Nel lungo termine l’Italia, che aspira ad essere un Paese competitivo ed europeo, potrebbe avere di nuovo persone sbagliate al posto sbagliato.
Con queste premesse, a mio modesto avviso, il Suo compito richiede grande coraggio e, forse, impopolarità, Lei ne ha pienissima consapevolezza. Le strade potrebbero essere due:
1) abolizione del valore legale della laurea, che può precludere all’eliminazione dei concorsi per il reclutamento universitario e nella ricerca, dando luogo ad una valutazione-cooptazione, di tipo anglo-americano. Ma questa è una soluzione – a ragione – aborrita da moltissimi (e a quanto ne so anche da Lei), poiché consegnerebbe ai privati e a ricatti di varia natura, nel privato, tutta l’Università e la Ricerca Scientifica: la struttura sociale ed economica dell’Italia non è in tal senso adeguata per riflettersi in questo tipo di sistema culturale e di alta formazione. Il welfare italiano non è ancora ‘americano’, per fortuna.
L’unica via percorribile, pertanto, mi sembra:
2) perseguire nel sistema dei concorsi nazionali, ora bloccati, che di certo non sono un toccasana rispetto a quelli locali (ma sappiamo tutti che in questo senso il ‘sistema perfetto’ non esiste). Da bandire con elevato numero di posti (perché non si sia costretti a ‘litigare’), frequenti, a cadenze regolari. Se in quantità cospicua, se adeguatamente supportati da investimenti, potrebbero consentire un qualche valore di merito nella trasparenza, su cui il Ministero può e deve vigilare.
Vorrei, infine, che Lei riflettesse su quanto segue, poiché ciò che sto per dirLe riguarda le possibili fonti di finanziamento, che dovrebbero/potrebbero supportare questa riforma. In virtù del Suo ruolo e degli strumenti a Sua disposizione, Lei è in grado, meglio di chiunque, di verificare ad esempio i costi per la gestione amministrativa di ogni singolo Ateneo, laddove (per es.) è consentito per legge che un solo alto dirigente dell’amministrazione (ma ce ne sono tanti nelle diverse sedi!) possa guadagnare al netto dai 150.000 ai 450.000 Euro l’anno (!). A fronte di queste cifre mi sembra ridicolo che due ordinari in Consiglio di Facoltà possano poi ‘scannarsi’ per ottenere (ad es.) un posto da ricercatore. Questi soldi sono sottratti alla ricerca, alla docenza e al reclutamento di (giovani) studiosi.
Ho percepito notevole sensibilità per questo genere di problemi nelle Sue parole a proposito della inammissibilità di figure coincidenti tra ‘controllori’ e ‘controllati’; o a proposito di molteplicità di incarichi cumulabili nelle medesime figure di ordinari o direttori di ricerca. Non abbiamo bisogno di ulteriori commissari straordinari, o di super-consulenti: costano, con spreco di denaro publico, senza effettivi vantaggi per la collettività. C’è semplicemente bisogno, nel buon senso, che ciascuno faccia al meglio il lavoro per cui è retribuito: le strutture, le leggi dello Stato, per controllare gli sprechi, esistono già.
Le auguro buon lavoro e continuo a stare a guardare (ma non troppo).
*Università di Roma ‘La Sapienza’, Rete nazionale Ricercatori precari