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Asili ancora insufficienti. L'Italia in ritardo rispetto all'Europa

Il nuovo rapporto Istat sui servizi educativi. Diminuiscono i nidi gestiti dai Comuni

22/03/2019
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la Repubblica

Ilaria Venturi

Niente da fare, siamo ancora al di sotto dei parametri fissati dall'Unione europea: i posti disponibili negli asili nido in Italia coprono il 24% del potenziale bacino di utenza, ovvero i bambini residenti under 3. Per sostenere la conciliazione dei tempi di vita e promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro l'Europa ha fissato che si debba arrivare al 33%. L'Italia arranca, e non è una novità nonostante una serie di interventi, il primo nel 2007 con il Piano straordinario per la prima infanzia. Con forti e non inedite differenze territoriali: si va dalla copertura del 7,6% in Campania al 44,7% in Valle d'Aosta. A dirlo è il nuovo Rapporto Istat sugli asili nido uscito in questi giorni. E quello che emerge è anche un calo dei bambini iscritti ai nidi comunali e convenzionati con il Comune. Gli enti locali fanno sempre più fatica a sostenere i costi, la spesa sostenuta per i nidi ha smesso di crescere.

L'Istat analizza i 13.147 servizi socio educativi nell'anno scolastico 2016-2017: tra questi, 11.017  asili nido, mentre per la restante parte - appena il 9% - si tratta di servizi integrativi per la prima infanzia ovvero spazi-gioco, centri per bimbi e genitori e servizi domiciliari. I posti autorizzati al funzionamento sono circa 354mila, il 48% privati.

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Fonte Istat

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Rispetto all'offerta pubblica e privata la situazione è molto variabile tra regioni, con un forte divario tra Nord e Sud. In Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna, Toscana e nella provincia autonoma di Trento il parametro europeo del 33% è stato ampiamente superato già da diversi anni e nelle altre regioni del Centro-Nord la copertura è prossima al 30%. Nel Mezzogiorno, ricorda il Rapporto, l’obiettivo risulta ancora molto lontano. In Abruzzo, Molise e Sardegna i posti privati e pubblici nei servizi socio-educativi superano il 20% dei bambini sotto i 3 anni, nelle altre regioni non raggiungono il 15%. La variabilità dell'offerta è anche tra grandi città e paesi di provincia. Nei comuni capoluogo la media dei posti disponibili nei servizi socio-educativi pubblici e privati corrisponde al 31,8% dei bambini di 0-2 anni. In tutti gli altri comuni, invece, si ha una media di 20,8 posti per 100 bambini. L'unica realtà ribaltata è in Sicilia: qui la diffusione dei servizi nei capoluoghi è inferiore a quella degli altri comuni.

I comuni capoluogo di provincia della Lombardia garantiscono una copertura di posti del 65,7% rispetto ai bambini residenti, ma nel resto dei comuni della regione la copertura è sotto la media nazionale. Fra i 14 capoluoghi delle aree metropolitane Bologna, Firenze e Roma emergono per densità di servizi con valori superiori al 40% dei posti rispetto ai bambini di 0-2 anni. Poco al di sotto Venezia con una copertura del 39,9%. Nel comune di Bologna l’offerta disponibile è quasi uguale a quella del resto dell’area metropolitana, soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico che ha alle spalle una lunga storia pedagogica: nel 1969 nel quartiere della Bolognina nacque il primo nido in Italia grazie all'allora assessora Adriana Lodi che studiò in Svezia le esperienze più avanzate del welfare per l'infanzia. Anche nell’area di Firenze si riscontra una relativa omogeneità - è scritto nel Rapporto - soprattutto per l’offerta pubblica. Nell’area della provincia di Roma vi è, invece, una grande discrepanza fra il centro e la periferia, soprattutto per quanto riguarda i nidi pubblici.

Calano gli iscritti, si ferma la spesa dei Comuni per i nidi. E' dal 2011/2012 registra l'Istat che cala il numero dei bambini iscritti nei servizi educativi comunali e convenzionati, complice anche le difficoltà economiche delle famiglie a sostenere il peso dell'iscrizione (la quota a carico degli utenti sul totale della spesa corrente dei comuni è passata dal 17% del 2004 al 19% del 2015). Non a caso, grazie ai finanziamenti del sistema integrato 0-6 (governo Gentiloni) in molti Comuni già dallo scorso anno si è fatta la politica di taglio delle rette.

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Fonte Istat

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L'Istat fotografa l'impegno di spesa dei Comuni sino al 2016. Cosa è avvenuto? Tra il 2004 e il 2012 le risorse messe a disposizione sono passate da 1,1 a 1,6 miliardi di euro (+47%). Nei due anni successivi, invece, si registra una contrazione e poi una stabilizzazione nel triennio 2014-2016. Nel 2016 la spesa impegnata è stata di circa 1 miliardo e 475 milioni di euro (il 19,4% rimborsata dalle famiglie sotto forma di rette). La spesa media dei comuni a livello regionale varia da un minimo di 88 euro l’anno per un bambino residente in Calabria a un massimo di 2.209 euro l’anno nellaProvincia di Trento.

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Fonte Istat

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6.500 bimbi in meno in 4 anni nei nidi gestiti dai Comuni. Un altro aspetto rilevato dall'Istat che è che nel corso degli anni sono diminuiti gli utenti dei nidi comunali a gestione diretta, ovvero con personale del Comune, mentre sono aumentate le gestioni appaltate ad associazioni e ad enti privati. Nell’anno scolastico 2016/2017 negli asili nido a gestione diretta sono iscritti circa 93.200 bambini, contro gli oltre 99.700 di 4 anni prima. Gli utenti dei nidi appaltati a gestori privati nello stesso periodo di tempo sono aumentati di quasi tremila unità, mentre la restante parte ha rinunciato al servizio. La spesa corrente dei comuni si riduce decisamente passando dalla gestione diretta a quella indiretta, osserva l'Istat: nel primo caso il comune spende mediamente 8.798 euro per utente, al netto della quota rimborsata dalle famiglie, nel secondo caso la quota a carico del comune è di 4.840 euro in un anno.