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Cambiamo così la nostra scuola

Una svolta o il declino

02/08/2020
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Corriere della sera

di Francesco Giavazzi

Nei progetti che l’Italia invierà a Bruxelles con la richiesta dei finanziamenti del Recovery Fund, vi sarà, mi auguro, un capitolo riguardante la scuola. Questo governo ha finora sottovalutato i problemi della scuola. Le ha lasciate chiuse per sei mesi, un periodo più lungo di qualsiasi altro Paese al mondo; ora pensa di aprirle il 15 settembre, per poi richiuderle dopo pochi giorni così da poter usare alcune aule come seggi elettorali.

I nvece, senza fermare la scuola, si potrebbero collocare i seggi nei Comuni o in qualche altro ufficio pubblico. Infine la ministra Azzolina si è applicata a lungo a studiare il colore dei nuovi banchi, con rotelline. Una così palese noncuranza e disprezzo per un aspetto fondamentale della vita civile lascia sconcertati.

La scuola, tutte le scuole, dalle primarie alle superiori, è essenziale per ridurre le diseguaglianze, soprattutto quelle che derivano da un diverso background familiare o culturale. È sempre stato così, ma oggi i modelli di crescita nel mondo tendono ad accentuare le diseguaglianze ed è quindi ancor più necessario cercare di ridurle. La nostra scuola in questo è gravemente carente. Spiegano le ragazze e i ragazzi di Tortuga in Ci pensiamo noi: 10 proposte per far spazio ai giovani che due sono i fallimenti della scuola che si riflettono sulla diseguaglianza. Primo gli abbandoni: nel 2018 il 14,5% di chi si era iscritto ha lasciato, senza concluderla, la scuola secondaria. Di questi giovani molti entrano in un limbo: non studiano, e non lavorano. In questa situazione si trovano oggi circa due milioni di ragazzi (dati Istat) che, abbandonata la scuola, scivolano ai margini del mercato del lavoro. Il nostro sistema di welfare, pensato per chi un lavoro lo possiede o lo ha perduto, non può nulla per aiutarli.

Il secondo fallimento è l’evidente incapacità delle nostre scuole di insegnare. Le analisi internazionali mostrano che il livello medio di apprendimento nella scuola secondaria è molto modesto, in particolare nelle materie scientifiche. È vero che in matematica il 10% dei quindicenni italiani si colloca al livello 5 o superiore, una percentuale uguale alla media Ocse. Ma questo non deve rassicurare: fra i loro coetanei di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang la percentuale che raggiunge il livello 5 è quattro volte maggiore (44%), a Singapore il 37%, Hong Kong 29%, Taipei 23%, Corea del Sud 21%. Il livello 5 non richiede saper dimostrare teoremi complessi: significa saper descrivere in modo analitico situazioni complesse e valutare le strategie appropriate per affrontarle. Certo non è tutto, ma sono competenze importanti per accedere a un lavoro qualificato. Per di più in Italia il divario fra le scuole del Nord e quelle del Mezzogiorno è preoccupante. Gli alunni di alcune regioni del Nord ottengono risultati in linea con la Norvegia, Paese che è un modello nell’istruzione; Campania e Calabria invece hanno risultati inferiori alla media mondiale. E ciò nonostante i programmi scolastici siano gli stessi in tutte le regioni.

Che fare quindi? Da parte di alcuni si ritiene che le ragioni di questo fallimento stiano nelle basse retribuzioni degli insegnanti italiani. Sono sì basse, ma se le consideriamo in un contesto più ampio vediamo che in Francia gli insegnanti sono pagati un po’ di più, ma non molto di più (un 15-20% di più), idem in Svezia. È vero però che gli insegnanti tedeschi, in ogni grado di scuola, sono pagati poco meno del doppio dei loro colleghi italiani e i danesi, pur pagati meno dei tedeschi, guadagnano un 30-40% più degli italiani. Ma è anche vero però che i «ricchi» insegnanti tedeschi lavorano di più: ad esempio nella scuola primaria circa 50 ore di più all’anno e nelle superiori 100-130 ore all’anno in più. E anche in Svezia le ore di insegnamento sono un 20% circa di più. (Ocse, Education at a Glance , 2019).

Alzare gli stipendi indiscriminatamente, come chiedono i sindacati, sarebbe un errore perché l’impegno varia moltissimo da un insegnante all’altro, come si è visto chiaramente con l’insegnamento a distanza durante il lockdown. Gli aumenti devono quindi essere nella forma di premi per chi lavora e si impegna di più. Questo, come ho scritto sul Corriere due settimane fa, è particolarmente vero per i dirigenti scolastici. A parità di regole, il modo in cui una scuola è organizzata, e quindi il dirigente che ne è responsabile, fa la differenza. Oggi, dal momento in cui un insegnante è stabilizzato, il suo stipendio dipende invece solo dall’anzianità. La premialità introdotta con la Buona Scuola (legge 107 del 2015) ha ancora effetti solo marginali.

Vi è poi il problema dell’orario di apertura. La scuola deve essere la «casa» degli studenti. Non deve finire alle 14, né chiudere per le vacanze dall’8 giugno al 15 settembre. Nei giorni di lezione deve restare aperta fino alle 18 e le vacanze estive devono essere molto più brevi, un mese, sei settimane al massimo. Le famiglie più ricche dispongono di varie possibilità per tenere occupati i figli durante le lunghe vacanze: seconde case, baby sitter per i più piccoli, corsi all’estero per imparare una lingua. Le famiglie meno abbienti no. Troppi ragazzi sono lasciati a se stessi con giornate vuote davanti; uno spreco di tempo, di opportunità e un’inaccettabile disparità rispetto alla vita dei loro coetanei più fortunati. In zone ad alta criminalità, un serbatoio in cui reclutare. In molti luoghi, per la verità più a Milano che in Calabria, le parrocchie e gli oratori fanno supplenza il pomeriggio e anche durante le vacanze: che questo aiuto sia benvenuto! Ma uno Stato laico non può abdicare e affidarsi alla Chiesa cattolica: deve provvedere a tenere le scuole aperte. Naturalmente integrando lo stipendio degli insegnanti e vagliando il loro lavoro.

Che cosa insegnare ai ragazzi in tante ore in più a scuola? Non solo e non tanto più nozioni, anche se questo è importante. Va insegnata quella che una volta si chiamava «educazione civica». Che non deve voler dire imparare a memoria la Costituzione senza capirla, ma far propri concetti fondamentali. Ad esempio: i compiti non si copiano, né si fanno fare ai genitori; i beni pubblici devono essere rispettati; lo Stato non è un ente astratto e nemico, lo Stato, la collettività, siamo noi: quindi evadere le imposte è un furto verso noi stessi.

È anche importante portare lo sport all’interno della scuola così che ragazzi e ragazze lo pratichino con attrezzature adeguate. Diversamente i maschi hanno sempre la risorsa del pallone in strada, mentre per le ragazze fare sport è più difficile. Non servono piscine olimpioniche: un campo di pallacanestro, uno di pallavolo, un po’ di attrezzi, anche all’aria aperta, e un allenatore che li accompagni a correre, magari, se ne hanno voglia, alle 18 quando la scuola chiude.

Infine, la qualità e la sicurezza degli edifici scolastici. L’immagine e la fiducia che un ragazzo sviluppa verso lo Stato dipendono anche dalla qualità dei servizi che lo Stato gli offre. Una scuola sporca e fatiscente non invoglia a diventare un buon cittadino. Nel Mezzogiorno ci sono circa 18.000 edifici scolastici. Spendere, in media, un milione di euro per edificio per rinnovarli costerebbe la metà del denaro destinato (e poi speso solo in piccola parte) per il reddito di cittadinanza. Un confronto che non va scordato anche se ormai, grazie ai finanziamenti europei, i vincoli di bilancio paiono scomparsi.

Come è accaduto innumerevoli volte con frane e terremoti, imprenditori legati alla criminalità organizzata aspettano solo questo per arricchirsi rifacendo poi le scuole con la sabbia. Speriamo che i vincoli posti dalla Commissione europea sull’uso del Recovery Fund rendano questi episodi meno frequenti.

Esempi di investimenti nella scuola con ricadute positive sull’ambiente circostante sono numerosi. A New York, nel mezzo del quartiere una volta poverissimo di Harlem, c’era un grande spazio abbandonato, divenuto negli anni un centro di spaccio di droga. Una fondazione privata lo ha acquistato e vi ha costruito una scuola moderna con buoni insegnanti. Oggi quel progetto, Harlem Children Zone, www.hcz.org, ha radicalmente cambiato quella parte di Harlem, tramite osmosi positive, e ha offerto ai ragazzi che frequentano quella scuola possibilità prima inimmaginabili.

Disporre di risorse da spendere come quelle che arriveranno con il Recovery Fund non basterà per renderci un Paese migliore: dovremo decidere come spendere e farlo bene. Finora non ne siamo stati capaci: ci siamo solo indebitati di più, senza evidenti vantaggi. Ma questa volta, io temo, non avremo una seconda possibilità. E se non ripartiamo dalla scuola, cuore del futuro di ogni Paese, non riusciremo ad evitare un destino di declino.