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“Credevo nel Sud ma sono rimasto solo ha vinto la politica lascio la Normale”

Intervista a Vincenzo Barone

10/01/2019
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la Repubblica

Michele Bocci

Nella sua storia di oltre due secoli una cosa del genere la Normale di Pisa non l’aveva mai vissuta.

Nessun direttore si era dimesso prima della fine del mandato come ha fatto ieri il chimico Vincenzo Barone. «Sono rimasto completamente solo», dice adesso. Tutte le componenti del Senato accademico, che si è riunito ieri mattina, dai professori ai tecnici amministrativi, erano pronte a sfiduciarlo ma lui non si è presentato e ha inviato una lettera di dimissioni. Lo accusano di aver tentato l’allargamento al Sud, con l’apertura di una Scuola a Napoli, senza coinvolgere nessuno nel palazzo di piazza Cavalieri. In più, la politica si è messa in mezzo, con la Lega locale che in Comune e in Parlamento si è schierata contro il progetto in Campania. «Non è stato democratico», hanno detto ieri i membri del Senato accademico, criticando anche «l’ingerenza politica nelle scelte della Normale».

Perché non si è presentato al Senato accademico?

«Non sarebbe cambiato niente.

Avrei solo trascinato ancora una situazione che ormai andava in una certa direzione. Se resistevo alla sfiducia ci sarebbe stato un nuovo voto più esteso dal quale sarei comunque uscito sconfitto. Sono rimasto solo».

Come mai?

«Mi è difficile rispondere. Ho provato anch’io a capirlo. Mi dicono che non sono stato trasparente, che ho attentato alla democrazia della Scuola. È l’accusa peggiore. O io concepisco la democrazia in modo diverso, cosa possibile, o accuse di questo tipo andrebbero ben documentate».

Quando ha preso la decisione di dimettersi?

«Nella notte tra martedì e ieri.

Quando sono tornato da Roma, dove il ministro Bussetti mi aveva chiesto di restare, mi hanno detto che il personale amministrativo e i ricercatori avevano dato mandato ai loro rappresentanti nel Senato accademico di sfiduciarmi. Anche tre presidi avevano avuto la stessa indicazione».

Dicono che lei non ha informato adeguatamente la scuola del progetto Napoli.

«Nella lettera allegata alle dimissioni ho ricordato tutte le volte che ne ho parlato. Fin dal mio insediamento ho detto che volevo percorrere qualla strada.

Ho tutti i documenti che provano quello che sto dicendo.

Evidentemente c’è qualcosa della Scuola Normale, di profondo, che non ho capito».

In effetti, professore, lei aveva tutti contro.

«Si, il 99 per cento è contro la mia posizione. Trovo singolare che non ci sia stata nessuna spaccatura su questo tema nella Scuola. Se metti tutti insieme contro di te qualcosa non funziona».

Perché nelle dimissioni parla di «istanze campanilistiche» simile a quelle dei leghisti locali da parte del Senato accademico?

«Quando eravamo insieme al ministero, il sindaco di Pisa Conti ha raccontato di tantissimi dipendenti della Normale fuori dal suo ufficio che gli chiedevano di intervenire. L’onorevole Zillo ha aggiunto che molti hanno chiesto anche a lui di intervenire. Non ho sentito smentite a queste loro dichiarazioni pubbliche.

Evidentemente qualcuno a loro si è rivolto».

Adesso cosa farà, resterà alla Normale come professore?

«Intanto mi prendo qualche giorno di riposo. Spero torni serenità sufficiente da permettermi di fare il mio lavoro scientifico. Certo, una questione del genere sul piano umano qualche problema lo crea».

In queste ore ha sentito qualcuno della Normale?

« Non mi ha chiamato nessuno. Ho parlato con il vicedirettore del Senato accademico e un docente mi ha mandato un messaggio per dirmi che mi era umanamente vicino. Poi basta. Ma il supporto morale non mi manca dall’esterno della Scuola. Ho avuto tantissime chiamate».

Se tornasse indietro, correggerebbe qualcosa della vicenda Napoli?

«Penso di non aver sbagliato nulla, ho quasi fatto un miracolo: far nascere una Scuola di eccellenza al Sud è un’idea che è passata, le uniche differenze erano su come farla. Ho sempre pensato che la Normale avrebbe contribuito a farla bene».

Ha idea di chi potrebbe essere il suo successore?

«No, ma sono interessato a vedere se l’unità di intenti, che ora si è manifestata contro di me, va avanti. Ne sarei contento per la Scuola».