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Investire sulla musica

Per rilanciare davvero il settore non bastano le solite dichiarazioni del ministro di turno, è necessario stanziare risorse vere: serve l’ampliamento delle dotazioni delle istituzioni statali, l’eliminazione della contribuzione studentesca, la riduzione dei contratti atipici.

27/07/2020
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Collettiva.it

Di Gigi Caramia

Gli autorevoli interventi sul tema della condizione sociale degli artisti e in particolare dei musicisti nel nostro Paese sollecitano la riflessione su una serie di questioni, peraltro già oggetto di discussione da tempo. Nelle diverse situazioni di grave crisi economica, i tagli hanno colpito e ancora colpiscono le risorse nel campo dell’arte perché considerata superflua. È chiaro a tutti che la causa principale della scarsa considerazione sociale del “mestiere” di musicista è una formazione musicale dei cittadini largamente inferiore alla media dei Paesi europei. Questo sia se si guarda la questione da un punto di vista della scuola e dei conservatori, sia se la si vede da un punto di vista dei soggetti che operano nel campo specificatamente artistico (fondazioni lirico-sinfoniche, Ico, ecc.): coloro che ricevono finanziamenti poiché “lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale” (art. 1 comma 1 Legge 800/67).

Il modello di riferimento sulla formazione musicale che è egemone in Italia è quello che ha coniugato lo studio della musica esclusivamente al “talento” o alla “vocazione”, riproponendo una tipologia di istruzione musicale elitario basato, da un lato, sulla presenza di un manipolo di divi e, dall’altro, su una massa indistinta di consumatori privi di un minimo di competenze musicali. Il modello elitario ha significato, ad esempio, la completa eliminazione della musica dal curricolo della secondaria di II grado relegandola esclusivamente nello “specialistico” liceo musicale.

Al modello elitario dovremmo contrapporre un modello democratico nel quale tutti possano sviluppare la “propria musicalità”, in proporzione ai propri bisogni e potenzialità attraverso la possibilità di studiare la musica nei vari ordini e gradi della scuola che preveda una forte interazione curriculare con le altre discipline. Il modello democratico implica innanzitutto la presenza di una strutturata educazione e pratica musicale nei vari gradi di scuola. Questo livello di istruzione rappresenterebbe uno strumento straordinario per dare una concreta risposta all’attuale situazione: da un lato la musica presente in maniera sempre più pervasiva nella nostra vita, dall’altro c’è una totale mancanza di strumenti di comprensione e conoscenza da parte della massa dei fruitori. In secondo luogo il modello democratico a livello degli studi più “specialistici”, dal liceo musicale al conservatorio, implica l’elaborazione di diversificati indirizzi, con rispettivi curricoli di studio, che sappia coniugare la libertà di espressione artistica con profili e sbocchi professionali. È in questo ambito che devono trovare la giusta valorizzazione i “talenti”.

Strettamente connessa ai problemi in campo formativo è la mancanza di una vera strategia politica sulla musica, sulle relative professioni, sul fecondo rapporto che dovrebbe essere instaurato tra strutture dedicate alla formazione e quelle che operano nel campo della produzione, sulla ricerca in campo artistico. Solo una politica che metta insieme una solida formazione musicale per tutti i cittadini, l’attenta cura dei talenti, gli investimenti pubblici coordinati ai vari livelli istituzionali per la creazione di un sistema ramificato di strutture musicali stabili (pensiamo alle orchestre), e promuova sinergie tra l’alta formazione, la produzione musicale e la ricerca, avrà l’ambizione di ridurre la precarietà nel mondo delle professioni musicali.

Perfettamente simmetrica ai fenomeni di precarizzazione delle professioni musicali, è la situazione nell’alta formazione artistica e musicale: qui si collocano i conservatori, in cui il forte ampliamento dell’offerta didattica è avvenuto anche attraverso un processo strisciante di privatizzazione del sistema. Infatti, in assenza di risorse stanziate dallo Stato, i nuovi percorsi di studio sono stati creati o chiudendo cattedre di altre discipline a favore delle nuove o, nella maggior parte dei casi, attraverso l’attivazione di un numero impressionante di contratti atipici per docenza, sostanzialmente pagati dagli studenti. Quella che stiamo vivendo da anni è una situazione paradossale: all’ampliamento dei percorsi di studio sono corrisposti forti processi di precarizzazione del personale e di compressione del diritto allo studio con un aumento esponenziale della contribuzione studentesca. Esemplare è quello che potrebbe accadere con l’istituzione nelle accademie di belle arti dei percorsi di studio relativi al “cinema, fotografia, audiovisivo”. Si tratta di una notizia senz’altro positiva, peccato che non sono previste specifiche risorse aggiuntive. Ciò significa che i percorsi potranno essere definiti o da privati o nelle istituzioni statali attraverso la contribuzione studentesca.

Da anni la FLC CGIL chiede di superare questa situazione: se si vuole davvero investire nell’alta formazione non bastano le solite dichiarazioni trite e ritrite del ministro di turno, ma investimenti veri: a partire dall’ampliamento delle dotazioni organiche delle istituzioni statali, dall’eliminazione della contribuzione studentesca soprattutto in questa fase emergenziale che stiamo vivendo da mesi, dalla riduzione dei contratti atipici che devono essere circoscritti solo ad attività specialistiche, ad un piano straordinario di assunzione del personale precario che ha garantito e continua a garantire la funzionalità delle istituzioni, al completamento dei processi di statizzazione degli ex istituti musicali pareggiati e delle ex accademie storiche che, ci si augura, avvenga nei tempi previsti (31 dicembre 2020). Anche per questi motivi la FLC, insieme alle altre organizzazioni sindacali, ha proclamato lo stato di agitazione del settore. Ma ve ne sono altri di carattere più generale: il ministro dell’Università e della ricerca, al di là delle belle parole, considera le relazioni sindacali un optional e gli obblighi previsti dal contratto nazionale poco rilevanti.

Gigi Caramia è segretario nazionale della FLC CGIL con delega all’Afam e docente di conservatorio.