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La nuova Maturità sarà più facile o più difficile? Sarà più «leggera»

Dal prossimo giugno cambia l’esame di Stato: meno peso alle prove scritte e all’orale, più al curriculum. Per un voto finale più giusto, almeno nelle intenzioni, ma che rischia di non preparare i ragazzi alle «ingiustizie» della vita

06/10/2018
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Corriere della sera

Gianna Fregonara e Orsola Riva

Addio al quizzone, una prova d’indirizzo che diventa mista (matematica e fisica allo Scientifico, latino e greco al Classico) e niente scuola-lavoro all’orale (il cavallo di battaglia della Buona Scuola renziana è stato definitivamente estromesso dall’esame dal ministro Bussetti). Ma alla fine, la nuova maturità, sarà più facile o più difficile? Sicuramente sarà più «leggera», nel senso che l’esame peserà di meno nel voto finale. Una delle «dorsali» di questa riforma-non riforma dell’esame finale del secondo ciclo - voluta e approvata dal Pd nella scorsa legislatura - sta infatti in un ridimensionamento consistente della prova d’esame vera e propria a vantaggio del curriculum dello studente. Da quest’anno infatti la media dei voti ottenuti dai maturandi nel triennio peserà quasi il doppio di prima: fatto 100 il massimo dei voti, prima se avevi una media molto alta (sopra il 9) potevi arrivare all’esame con un tesoretto accumulato di 25 crediti; da giugno 2019 invece potresti partire, nel migliore dei casi, già da 40 punti. L’idea sottostante a questa nuova calibratura dei pesi è di evitare che gli studenti si giochino in una settimana o poco più tutto il loro percorso scolastico, con rischio di défaillances o di ingiustizie. Il rischio di questa impostazione è che invece di misurare il punto di arrivo di un percorso di maturazione, appunto, alla fine faccia pesare di più eventuali incidenti di percorso durante gli anni di scuola degli adolescenti che, si sa, possono avere anche andamenti accidentati dal finale positivo. E viene da chiedersi se, a furia di mettere coprispigoli, non si rischi di svuotare il significato ultimo dell’esame, che almeno finora era quello appunto di una prima, vera «prova» di maturità, un rito di passaggio dal mondo della giovinezza all’età adulta con le sue continue sfide, i suoi successi ma anche i suoi fallimenti.

La circolare del Miur

L’esame coi coprispigoli

Per i ragazzi italiani la vera incognita della nuova maturità potrebbe essere rappresentata dalla seconda prova mista. Soprattutto allo Scientifico dove fisica non era mai sbarcata all’esame. Mentre per gli studenti del classico è diverso: da anni vige l’alternanza perfetta fra versione di greco e di latino. E anche se bisognerà aspettare gennaio per sapere quali materie saranno effettivamente oggetto della seconda prova, è difficile che il ministero chieda ai ragazzi del liceo classico di portare all’esame sia il vocabolario di greco che quello di latino, mentre, dopo anni di prove simulate e tentativi rinviati, è altamente probabile che questa sia la volta buona per un ingresso morbido, della fisica (in quale forma, se di problema o quesiti, si vedrà) allo Scientifico.

Il «grand oral» francese

Nel ricalcolo complessivo dei voti, anche l’orale - che finora era il momento più emozionante dell’esame, quello in cui ciascuno studente si metteva in gioco per quello che era diventato grazie alla scuola, certo, ma anche ai libri letti, alle esperienze fatte, alle cose belle e brutte della vita, viene ridimensionato: prima pesava il doppio degli scritti (30 punti contro 15) adesso peserà tanto quanto il tema e la versione o il problema di matematica (20 punti). Una scelta che va nella direzione opposta della riforma avanzata dal governo Macron che prevede viceversa di incentrare la Maturità proprio su un «grand oral». Finora questa prova di eloquenza molto francese era riservata agli studenti della buona borghesia che per accedere alle «Grandes Écoles» universitarie dopo il Bac dovevano fare un anno di «école prépas» (scuola preparatoria). Ora, almeno nelle intenzioni, tutti i ragazzi francesi di qualunque classe sociale dovranno potersi misurare con l’orale inteso come la dimostrazione di una acquisita capacità di argomentare, il che presuppone naturalmente che le scuole debbano preoccuparsi di insegnare ai ragazzi a sostenere e difendere il proprio punto di vista: una «competenza» centrale nella formazione di ogni cittadino.

La maturità come prova di vita

Il dibattito sul senso dell’esame di maturità è antico quanto la Maturità stessa. Il 68 gli ha dato la prima spallata mandando in soffitta l’incubo gentiliano di dover portare tutte le materie del triennio. Ma anche nella sua versione più umana (come direbbe Fantozzi), la Maturità restava una prova durissima: chi non ha sognato almeno una volta nella vita di dover rifare l’esame? Ora il peso dell’esame di Stato è stato ulteriormente ridotto. Giusto? Sbagliato? «La pagella di febbraio era stata disastrosa, quella finale migliore, ma con un 4 in scienze naturali e molti 5. Compresi allora il valore dell’esame, che difendo ancora oggi contro la generale contestazione - scrive Giorgio Amendola in Una scelta di vita, 1976 -.Il valore dell’esame non è certamente culturale (...) ma essenzialmente morale, di prova di carattere e volontà. Una prova da superare, una selezione da affrontare, come la vita esige fuori da scuola e in ben più severe condizioni e con maggiori ingiustizie».