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«La scuola non sarà più la stessa anche i prof devono evolversi»

La presidente Ue, Ursula Von der Leyen, ha lanciato la sua idea pratica: «Investire nell'istruzione è fondamentale per promuovere, nei nostri Paesi, una ripresa intelligente e inclusiva». Giusto, giustissimo. Qui in Italia, però, si sta vedendo in queste ore quanto sia difficile maneggiare il capitale scuola e quanto fatichino i presidi e gli insegnanti volonterosi nel riavvio delle lezioni.

17/09/2020
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Il Messaggero

La presidente Ue, Ursula Von der Leyen, ha lanciato la sua idea pratica: «Investire nell'istruzione è fondamentale per promuovere, nei nostri Paesi, una ripresa intelligente e inclusiva». Giusto, giustissimo. Qui in Italia, però, si sta vedendo in queste ore quanto sia difficile maneggiare il capitale scuola e quanto fatichino i presidi e gli insegnanti volonterosi nel riavvio delle lezioni. Ecco uno di loro, Paolo Maria Reale, 63 anni, rettore del Convitto Nazionale (Roma, Prati, una grande istituzione). 
Rettore, ha visto una consapevolezza nuova negli studenti e nei docenti ora che è ripartita, tra mille difficoltà, la scuola come pezzo della sperabile ripartenza dell'Italia? 
«Mi è sembrato di vederla questa convinzione a fare di più e meglio. Ma non deve essere limitata al periodo iniziale e dovuta alle paure di questi giorni e dei mesi trascorsi. Tutti, nel mondo della scuola, dobbiamo assumere una coscienza più matura. Quella che ci deve far dire, e io lo dico con convinzione e senza retorica, che il futuro dell'Italia si costruisce nelle aule scolastiche». 
Questo discorso non dovrebbe valere sempre e non solo in un momento così delicato. 
«Deve valere sempre ma mai come stavolta occorre uno sforzo in più. Soltanto con il senso della comunità e con il senso dello Stato, che hanno nella scuola il loro lievito e il loro cemento, l'Italia si rialza. Noi dobbiamo pensare a che cosa sarà il nostro Paese tra 30 anni e preparare le energie, le competenze e mantenere i valori costituzionali su cui si poggerà».
Da dove ricominciare? 
«Dall'ascensore sociale. Ho sempre pensato, nel periodo precedente all'avvento del web, che la scuola servisse proprio a far funzionare questo ascensore, consentendo ai ragazzi provenienti da famiglie meno agiate di altre di avere le stesse possibilità di crescita culturale». 
Che cosa intende per epoca pre-web? 
«Quella fino agli anni 80. Dopo, con le tecnologie digitali, sono cambiate tante cose. La cultura con la C maiuscola, lo studio matto e disperatissimo che legava Vittorio Alfieri alla sedia, sono andati decrescendo con la Rete e con la globalizzazione. E il web, che è essenziale come è ovvio, fa a pugni purtroppo con il Rocci, il celeberrimo vocabolario di greco che ha accompagnato tante generazioni, e con altri strumenti tradizionali scavalcati dalle nuove tecnologie. Queste spargono conoscenza. Ma quale tipo di conoscenza?».
Sta dicendo che un mix di studio tradizionale e di nuove tecnologie è la chiave per una nuova scuola in un nuovo Paese? «Sono convinto che la scuola, senza minimamente rinunciare alla solidità delle conoscenze che vengono da lontano e non perdono mai la loro attualità, deve integrarle e rafforzarle facendo tesoro di ciò che è accaduto durante il lockdown. Ci siamo avventurati in quel periodo nella didattica digitale, che non va abbandonata. Il problema è che qualcuno nel corpo docente è ancora impreparato a questo salto necessario, in cui didattica tradizionale e multimediale diventano un tutt'uno. E si tratta di una situazione in cui non si può ragionare così: io insegno latino, o greco, o geometria, e basta. I docenti devono ampliare le proprie conoscenze e trasmetterle in maniera più larga e più intrecciata. Occorre uno sforzo di trasversalità». 
Però molti di loro stentano a capirlo: se ci volete siamo così, sennò peggio per voi.
«E sbagliano. Le linee guida per la scuola sono riassunte nel Dpr 275 del 1999 che nell'articolo 1 riporta chiaramente la funzione istituzionale della scuola: Educare, istruire, formare. Anche i docenti devono formarsi di più e meglio. E ancora: tutte le scuole, dalle primarie al liceo, hanno oggi l'obbligo di occuparsi concretamente dell'educazione civica e di proporre in modo autonomo percorsi declinati in funzione del territorio e classi a cui sono rivolti. Mi piace immaginare approdo di questo discorso, una società a metà tra la Città-Stato greca e lo Stato etico di Hegel».
Paroloni? 
«No, sto parlando di una società con maggiore partecipazione pubblica, nel rispetto delle idee di tutti e nell'ossequio all'autorità dello Stato che tutti ci rappresenta. Questa è la funzione della scuola. E da questo punto di vista la crisi, che i pensatori lungo la storia hanno sempre considerato foriera di grandi novità ci può aiutare». 
Più dei soldi che potrebbero arrivare dal Recovery Plan?
«I soldi sono importanti, e stiamo vedendo proprio in questi giorni le criticità - si pensi alle classi-pollaio - che derivano dai tagli degli ultimi 30 anni. Ma è cruciale la parsimonia con cui i finanziamenti si usano e come vengono investiti. Andrebbe fatto di più proprio sulla formazione dei docenti. So che il nuovo fa paura, ma mettersi continuamente in gioco è una delle lezioni civili più preziose da dare agli studenti, cioè ai nuovi cittadini italiani».
Mario Ajello