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Lettera aperta agli studenti firmato De Amicis

Direttamente dalla fine dell’Ottocento l’autore di “Cuore” ci scrive Invitando tutti alla riscoperta della convivenza e del fattore umano che si sperimentano in una scuola. Dal vivo. Adesso come nel 1881

30/07/2020
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la Repubblica

Stefano Massini

Cari lettori di Repubblica , sono Edmondo De Amicis. Sì, lo so, sono morto da oltre un secolo. Ma ieri ho passato la giornata a rimuginare sull’anno scolastico che vi aspetta, ai tempi del Covid, e mi sono detto: chi meglio di me, autore di Cuore , può dire qualcosa? Va da sé che il mio libro rappresenta un’umanità scolastica di sei generazioni fa, dunque un mondo del tutto diverso: l’ho disseminato di pagine sugli italiani migranti, mentre oggi siete voi a fare i conti con chi approda in Italia a cercar fortuna, e per un caso della sorte l’ultimo racconto che faccio narrare al maestro Perboni si intitola proprio “Naufragio” ed evoca un mare tempestoso dove annega un disperato ragazzino diretto a Malta (il ragazzino è italiano). Senza poi dire che fra l’anno scolastico di Cuore (1881-82) e il vostro prossimo 2020-21 è intercorso un radicale mutamento di costumi, di schemi mentali, di valori e di contrappesi, a partire dal fatto che la mia scolaresca torinese trovava nella scuola l’unica fonte pedagogica “ufficiale”, da affiancare solo al desco familiare e all’oratorio, mentre oggi un allievo è corteggiato da infinite sirene, dai blogger agli influencer, ognuna delle quali contende primato e ruolo all’insegnante tradizionale. Questo per chiarire che sarò pure un uomo dell’Ottocento, ma non mi sfugge quanto opposti siano i contesti.

Il punto è che qualcosa di comune c’è, fra me e voi, e riguarda l’eterna fissità dei tipi umani. Insomma, prendete i giovanissimi protagonisti di Cuore : non è difficile pensare a come avrebbero gestito la pandemia, ognuno per parte sua. L’allievo Garoffi, buono sempre a trafficare, si metterebbe senza dubbio a smerciare mascherine contraffatte, pur di far soldi. E la famigerata Didattica a Distanza? I danarosi Nobis, Votini e Derossi non avrebbero problemi a connettersi, disponendo di un proprio computer e di un segnale perfetto, ma la differenza di ceto incide eccome anche nel 2020, per cui non giuro che Crossi, figlio dell’erbivendola, o il piccolo Muratorino potrebbero seguirsi su Microsoft Teams il maestro Perboni o la maestrina dalla Penna Rossa. Poi c’è Enrico Bottini, incolore come da copione, si sarebbe ritirato in un lockdown inappuntabile, sopportando i divieti con flemma rassegnata, che non stonerebbe con la vostra narcosi dilagante. Più semplice immaginare Garrone, il buon ragazzotto di nobili sentimenti, la cui propensione al dolore altrui ne avrebbe certo fatto, nei mesi del Covid, un piccolo eroe da cronaca locale, di quelli che portano la spesa a tutti i nonni del vicinato o che collassano di stanchezza dopo la trentesima ora consecutiva di volontariato in ambulanza. Sì, decisamente Garrone avrebbe avuto il suo peana, perché la verità è che la pandemia vi ha resi tutti un po’ più vulnerabili al buonismo, vi siete fatti indigestione di canti sui balconi, disegni di bambini, canzoni strappalacrime e tricolori sventolanti come mai si era visto prima. Attenti dunque a tacciare me di retorica patriottarda. E giusto a tal proposito, mi hanno riferito che quel geniale Umberto Eco partorì un elogio del mio Franti, sostenendo che il suo riso beffardo era un sintomo di positiva destabilizzazione. E sia. Può essere. Ma quelle parole Eco le scrisse sessant’anni fa, prima della Contestazione, prima degli anni di piombo, prima di Tangentopoli, del berlusconismo, del Grande Fratello, dei social e della politica regredita a reality-show: come la mettiamo, adesso che il riso di Franti non è più anarchico ma foriero di boom elettorali? In piena pandemia, per intenderci, Franti col sorriso in faccia urlerebbe «io la mascherina non la metto!», ma la differenza radicale sta nel fatto che io (nel mio bonario paternalismo) avrei scritto per lui un finale in terapia intensiva, mentre voi gli regalate milioni di like e prime pagine. Ora, io avrò certo esagerato dipingendo Franti come uno scavezzacollo destinato all’infelicità (e alle patrie galere), ma voi ne avete fatto volentieri un eroe ribelle, un prode disallineato, un contro- predicatore di quelli che tanto amate in nome dell’antiretorica.

Nel 2020 Franti dunque avrebbe un account Twitter con centomila follower, ringhierebbe cento volte al giorno sul virus che è una montatura delle multinazionali, e anziché la gattabuia gli si dischiuderebbero rosei avvenire parlamentari. Poi però, accanto a Franti, vi ricordo che c’è l’alunno Stardi, lo sfigato (direste così, credo) che tutti deridono ma che intanto si fa un gran mazzo piegato sui libri come non ci fosse un domani. E alla fine del mio romanzo, Stardi trionfa su Franti. È retorica pure questa? Non vi sfugga che, senza rendervene conto, anche voi state celebrando gli Stardi d’Italia, scoprite d’un tratto di averne un dannato bisogno, perché essi sono i silenziosi che lontano dalla ressa si esaurivano le diottrie al microscopio, in qualche anonimo laboratorio di ricerca.

Com’è andata a finire? Che alla resa dei conti vi tocca dire grazie a Stardi, colui che prima o poi (speriamo prima) brevetterà il vaccino e salverà il mondo (ivi compreso Franti). Tutto quello che posso dirvi, cari lettori, è che qualcosa di irrinunciabile è rimasto a segnare l’esperienza della scuola nonostante l’abisso che ci separa, ed ha a che fare con quello che chiamerei il fattore umano. Lì vedo un nucleo profondo che non si discute: per l’individuo, chiunque esso sia, la scuola era e rimane la palestra dove allenare e affinare il futuro vivere in comunità, rapportando se stessi agli altri, misurandosi, scontrandosi, risolvendo conflitti e diverbi.

Ecco perché credo fondamentale privilegiare sempre la componente fisica, relazionale, corporea del rapporto fra insegnanti e allievi. Non si faccia l’errore di concepire lo schermo del computer come un diaframma irrilevante, perché non lo è. Le aule sono un laboratorio di convivenza umana, non equiparabili a una community o a una chat-room. Sperando nella vostra comprensione, e scusandomi per il disturbo. Col cuore, vostro, Edmondo.