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Manifesto: La politica insorgente naviga nella Rete

Il bene comune della libertà di espressione va difeso, tanto nella rete che fuori dallo schermo. Per di più in un paese, come l'Italia, dove il proprietario di un grande polo mediatico ha riconfigurato il binomio tra comunicazione e potere a sua immagine e somiglianza.

16/12/2009
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il manifesto

Benedetto Vecchi
L'Iran degli ayatollah, la Cina di un capitalismo garantito dal Partito comunista. E l'elenco potrebbe continuare, aggiungendo altri paesi che hanno cercato di imbrigliare Internet ogni volta che è stata usata per esprimere punti di vista sgraditi al governo di turno. Molti i tentativi, tanti fallimenti, qualche successo, come quando Pechino è riuscita, grazie alla collaborazione di Google, Microsoft e Yahoo!, a risalire al nome di chi aveva «postato» denunce sui diritti umani nel paese della Grande Muraglia. Ora ci vuole provare il ministro degli interni Roberto Maroni a imbavagliare la rete. Ma la libertà di espressione è un «bene comune» che nessuno dei naviganti nel world wide web è disposto a barattare in cambio di chissà cosa.
Dentro la libertà di espressione c'è anche la possibilità di poter dire sciocchezze o innalzare la tensione lanciando insulti personali in un gruppo di discussione o disturbando uno scambio di opinioni con accuse infamanti. Oppure discutere di un fatto come quello accaduto a Piazza del Duomo incurante del peso che hanno le parole una volta uscite dallo schermo. La libertà è sempre la libertà di chi la pensa, magari male, diversamente da te.
Che il ministro degli interni tuonasse contro un gruppo di Facebook perché esprime simpatia per il lanciatore di souvenir contro Silvio Berlusconi era certo prevedibile; che voglia però trasformare la sua sorvegliata concezione della libertà di espressione in un provvedimento liberticida contro la Rete e contro ogni forma di dissenso rispetto l'operato del «sovrano» fa venire in mente quei provvedimenti di lotta al il terrorismo che hanno deformato, quasi a renderlo irriconoscibile, lo stato di diritto in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti dopo l'attentato alle Twin Towers. C'è un altro aspetto che emerge dalle vicende che hanno coinvolto negli ultimi giorni Facebook, il social network che ha ospitato il gruppo inneggiante al lanciatore di souvenir: la rete in quanto mezzo scelto per organizzare iniziative politiche al di fuori e spesso contro le forme politiche tradizionali.
La crisi della democrazia rappresentativa è una faccenda maledettamente seria da poter essere liquidata in poche righe, ma non è comunque improprio sostenere che Internet è sempre più lo strumento comunicativo usato per diffondere proposte politiche e denunce che altrimenti sarebbero state ignorate da stati nazionali, organismi internazionali, imprese più o meno multinazionali e dai media mainstream.
Uno dei primi usi di Internet come media alternativo è già da consegnare alla storia e riguarda il massacro di Piazza Tien An Men, quando la rete fu usata dagli studenti cinesi per denunciare l'irruzione dell'esercito popolare cinese nella piazza occupata. Messaggi su messaggi che arrivavano nei computer di altri studenti, perché la rete allora era solo usata dalle Università. Da allora, però, il world wide web ha visto frequentemente manifestarsi quella politica che Manuel Castells chiama insorgente. Lo studioso di origine catalana ama spesso citare l'uso di Internet da parte dei zapatisti del Chiapas, l'organizzazione delle manifestazioni di Seattle, le flash mob dei gruppi di base statunitensi o europei, giù, giù fino all'attivismo in rete che ha aiutato non poco Barack Obama ad essere eletto presidente degli Stati Uniti. Ciò che è importante della politica in rete è la denuncia di quello strano connubio tra potere politico e mass-media che domina la scena mondiale dove i media abdicano sempre più al ruolo di controllo dell'operato del potere politico e delle imprese. C'è quindi politica «insorgente» quando i partiti sono ridotti a macchine elettori o a comitati di affari, mentre i media non sono altro che corporation che pensano solo ai profitti da fare.
La rete si presta dunque a essere anche un media, per di più potente, perché consente a uomini e donne di organizzarsi per raggiungere un determinato obiettivo, favorendo al tempo stesso la comunicazione del loro punto di vista senza la mediazione dei media tradizionali. È, insomma, il «vettore» su cui si muovono i movimenti sociali o di opinione estemporanei che si formano e si dissolvono come gli sciami. Dunque, tanto efficaci quanto legati a una contingenza. Ma la rete assolve questo doppio compito di strumento organizzativo e di canale comunicativo perché riesce a riflettere ciò che è già presente nella vita cosiddetta «reale». Dà cioè voce e mezzi a chi è senza voce e senza mezzi.
È all'interno di questa cornice che vanno collocati l'insofferenza dei media e del potere politico verso il mediattivismo che mette così a efficace critica il binomio tra comunicazione e potere.
Chi controlla la comunicazione, infatti, esercita un potere che riesce a condizionare anche la vita dei partiti politici. Internet è dunque lo strumento che consente di rimescolare le carte nella realtà contemporanea: per questo, sono forti le pressioni per regolamentarla, cioè per ricondurla all'ordine. È però ovvio che il pretesto scelto la circolazione di materiale pedopornografico o perché c'è chi inneggia allo sterminio degli ebrei. O perché ci sono gruppi chi si prendono la libertà di dire sciocchezze, come quella di inneggiare all'azione di domenica scorsa a Piazza del Duomo. Per i siti che invece propongono di passare all'azione per dare la morte a qualcuno basta applicare le leggi vigenti.
Il bene comune della libertà di espressione va dunque difeso, tanto nella rete che fuori dallo schermo. Per di più in un paese, come l'Italia, dove il proprietario di un grande polo mediatico ha riconfigurato il binomio tra comunicazione e potere a sua immagine e somiglianza.