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Manifesto: «La scuola viene smantellata»

ISTRUZIONE Intervista a Domenico Pantaleo, segretario generale dell'Flc Cgil Le ragioni dello sciopero di venerdì, insieme al pubblico impiego

09/12/2009
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il manifesto

Francesco Piccioni

Venerdì ci sarà lo sciopero generale del pubblico impiego e del comparto istruzione (scuola, università, ricerca, ecc). Lo promuove la Flc Cgil, da sola, dopo la «svolta complice» di Cisl e Uil. Ne parliamo con Domenico Pantaleo, segretario generale della categoria.
La finanziaria conferma i tagli...
C'è un gigantesca operazione di ristrutturazione e demolizione dell'istruzione pubblica. Il taglio massiccio di risorse, con riordino di unversità, scuole, enti di ricerca, mira non a una maggiore qualità, ma allo smantellamento. E' il dato caratterizzante di tutte le scelte che il governo va facendo. In questo processo emerge con drammaticità il problema dell'occupazione, a cominciare dai precari; dopo anni in cui costoro hanno garantito l'equilibrio del sistema, ora il governo decide di espellerli. Nello stesso tempo il lavoro pubblico viene sottoposto a un attacco senza precedenti, con il decreto Brunetta e la mancanza di risorse per i contratti, che determina un annullamento dei diritti e ridotti spazi di democrazia sui posti di lavoro. Non ci hanno fatto nemmeno votare per le Rsu della scuola.
Un attacco che prevede una risposta...
Noi vogliamo dare una risposta forte, non solo difensiva. Vogliamo rendere evicente al paese, attraverso una forte rete che tiene insieme anche precari e studenti, che ci battiamo per un'idea radicalmente alternativa - costituzionale - di istruzione.
Ma che idea di società c'è dietro i tagli?
Un'idea regressiva e classista. Una società che include pochi ed esclude molti. L'istruzione è un punto formidabile di inclusione, ma quando mercifichi il sapere puoi includere solo una parte. Determini una società senza mobilità sociale, per pochi, in cui le condizioni dei soggetti più deboli saranno sempre peggiori. Questo implica anche un'idea regressiva della democrazia, perché i luoghi dell'istruzione sono i luoghi fondamentali per l'esercizio della democrazia; e oggi questo richiede più sapere. In realtà c'è anche un controllo politico sulla società attraverso l'abbattimento delle possibilità di accesso al sapere.
E' il futuro di una società più povera...
Non solo, ma anche una società che - di fronte a una crisi di queste proporzioni - decide di uscirne guardando all'indietro. Formazione e sapere vengono ridotti per adattarli a un sistema produttivo che non chiede più sapere e competenze. E' un'operazione in controtendenza rispetto all'Europa e al mondo. Il Sudafrica in questi giorni sta facendo investimenti cospicui sull'istruzione... Qui si pensa di uscire in modo «classico» dalla crisi, riducendo diritti e salari, non elevando innovazione e ricerca. Ossia più sapere. In questo, la situazione del Mezzogiorno è drammatica, anche dal punto di vista edilizio e ambientale. Per queste ragioni, penso che l'11 vada data una grande risposta. Anche la politica e i movimenti, nella loro autonomia, dovrebbero scendere in campo per un'idea di società e di istruzione molto differenti.
Cosa faranno le altre figure della scuola?
La situazione non è semplice. In questa fase c'è anche una tendenza di ognuno a rinchiudersi nei propri ambiti; c'è difficoltà a mettere insieme quel sistema relazionale che poi produce movimento. Però, nonostante questo, ci riusciamo. Sarà molto importante non solo per l'11, ma anche per quello che faremo dopo. Questo è un governo autoritario, che ha i numeri per governare, ma propone le vecchie ricette: più privatizzazioni (acqua, istruzione, ecc), compressione dei diritti dei lavoratori. Ancora una volta si fanno operazioni tutte a scapito del lavoro, e a favore dei ceti che costituiscono il suo blocco sociale. Politiche neoliberiste, di fronte a una frammentazione e una crisi sociale drammatica.
I rapporti con gli altri sindacati?
Ci muoviamo in direzioni molto diverse. Nelle altre organizzazioni c'è un'accettazione di fatto, un immobilismo incomprensibile. Abbiamo tentato in tutti i modi di confrontarci, ma certo non ci condanneremo all'immobilismo. Un sindacato immobile in questa situazione rischia di far crescere la corporativizzazione della società. Deve non solo reagire, ma rimarcare la sua funzione di soggetto autonomo. C'è necessità di mettere insieme una pluralità di soggetti in grado di comporre il blocco sociale alternativo alla destra.