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Più che i ministri, era meglio raddoppiare i fondi per la ricerca

L’articolo di Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC CGIL, pubblicato sull’Huffington post.

30/12/2019
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L'Huffington Post

La vicenda delle dimissioni del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Lorenzo Fioramonti, si è conclusa con la decisione del presidente del Consiglio Conte di tornare alla nomina di due ministri: la sottosegretaria al Miur, Lucia Azzolina per la scuola, e del Rettore della Federico II di Napoli, nonché presidente della Conferenza dei rettori, Gaetano Manfredi, per l’Università e la Ricerca.

Per quanto il presidente Conte abbia motivato con nobili ragioni questa scelta nella conferenza stampa di fine anno (“abbiamo l’esigenza di rilanciare l’università e la ricerca”, ha affermato), rivendicando come scelta strategica l’Agenzia nazionale della ricerca e annunciando un piano straordinario di reclutamento, lo spacchettamento più che rispondere a una logica di governo dei settori segue esigenze politiche interne alla maggioranza ed è tutto quello che non avremmo voluto vedere in questo difficile passaggio. Ci sembra un passo indietro rispetto all’idea che esista un sistema della conoscenza su cui fare un grande investimento come Paese. 

Confermiamo poi la contrarietà e le critiche da noi rivolte all’Agenzia nazionale per la ricerca, che, per come disegnata, non aggiunge risorse al sistema e rischia di compromettere la libertà di ricerca condizionando le poche disponibili a desideri di breve periodo della politica piuttosto che caratterizzarsi per grandi investimenti strategici. Insomma, ci sembra di poter affermare, inoltre, con qualche certezza, che le risposte agli interrogativi forti espressi da Fioramonti con le sue dimissioni non sono arrivate dal presidente Conte.

Restano del tutto intatte due questioni sostanziali: quale impegno del governo per trovare le risorse necessarie per l’intero sistema dell’Istruzione e della Ricerca, e quali interventi strutturali adottare, nel medio e nel lungo periodo, per restituirgli equilibro e dignità. Senza queste risposte decisive, ci sembra di poter dire oggi che il rischio paventato da Fioramonti resti del tutto intatto, e i due neoministri potrebbero ritrovarsi nelle stesse condizioni di debolezza e fragilità. 

Diciamo la verità. Questa fine anno purtroppo non ci consegna grandi novità. Infatti nella temperie politica che accompagna ogni anno l’elaborazione e il varo della legge di Bilancio, quella che è considerata tra le più importanti e strategiche del Paese, poiché prefigura le tracce delle priorità di un governo e di una maggioranza parlamentare, emerge un’abitudine ormai consolidata nel tempo e che riguarda l’Istruzione e la Ricerca. Ogni anno, in autunno, e finanche prima, esponenti di spicco del governo, di qualunque governo, si lanciano in promesse di impegni su Scuola, Università e Ricerca da mantenere nella Legge di Bilancio. E accompagnano gli impegni con i peana sulla scarsità delle risorse e sulla necessità di elevare dal punto di vista degli investimenti il sistema pubblico dell’Istruzione e della Ricerca ai livelli dei maggiori Paesi europei.

Ogni anno, il governo elabora un maxi emendamento che sottopone alla fiducia delle due Camere, nel quale quelle risorse promesse non ci sono, e addirittura “pare un miracolo” aver sottratto Istruzione, Ricerca e welfare al taglio di sei miliardi di euro, come più volte denunciato dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Dunque, la discrasia tra quanto si annuncia e si concorda con le forze sindacali e sociali, tra primavera e autunno, e quanto si decide durante l’ultima settimana dell’anno, è evidente, e drammatica.

Anche il 2019 si chiude, purtroppo, con la conferma di questa italica abitudine: quella che ci rende anno dopo anno un Paese sempre più analfabeta e sempre più distante dalle economie avanzate. Perché è questo il prezzo che paghiamo a ignorare l’Istruzione e la Ricerca. Purtroppo anche il gesto dell’ex ministro fino ad oggi non ha sortito l’effetto di aprire un dibattito vero sulle ragioni e si è risolto con un “rimpastino” di governo. 

Lo diciamo da tempo, la questione dell’Istruzione e della Ricerca risulta strategica non solo perché interessa circa dieci milioni di studenti, le loro famiglie, e 1 milione 200 mila lavoratrici e lavoratori, ma soprattutto perché riguarda i paradigmi economici, sociali e culturali con i quali si costruisce il futuro del Paese. Per questo, secondo noi, riveste una priorità elevata, a maggior ragione per un Paese come il nostro che era già in declino prima della grande crisi finanziaria e oggi fatica a risollevarsi.

C’è un dato che pare inconfutabile e dà un’idea di come siamo messi, e del perché dagli impegni a parole bisogna passare ai fatti concreti nel dare corpo a investimenti pubblici. L’Italia infatti risulta essere uno degli stati europei che investe meno in educazione rispetto alla propria economia. Secondo il rapporto 2019 di Education at a Glance il nostro Paese investe in Istruzione il 3,6% del Pil contro una media del 5% dei paesi dell’Area Ocse. Nel raffronto della spesa media per alunno, degli stipendi dei docenti, del diritto allo studio tutto ciò che è riferito al nostro Paese porta il segno meno.

Con questo stato di cose, a perderci è l’intera società italiana. Come non capirlo? Come non ammettere che senza un sistema pubblico della conoscenza che sia di qualità e al quale vengano fornite le giuste risorse (per raggiungere gli standard europei, dovremmo elevare le risorse di almeno un punto di Pil, circa 17 miliardi) il Paese è condannato ad assistere all’esodo dei nostri giovani che non trovano sbocco in una società bloccata perché bloccato ne è lo sviluppo sulle filiere alte dell’economia dei nostri tempi.

L’unico modo per rispondere non tanto e non solo a una circoscritta crisi nella compagine governativa ma a un’esigenza profonda del Paese è quello di farsi carico delle questioni della Scuola, dell’Università, della Ricerca e dell’Alta formazione artistica e musicale come da anni la FLC CGIL va segnalando e sostenendo con le sue lotte. Negli ultimi venti anni invece c’è stato un accanimento normativo e riformatore, o il più delle volte pseudo riformatore. Accanimento che non ha portato a un salto strutturale di efficacia ed efficienza, al contrario, ha depauperato il nostro sistema scolastico e universitario e ha creato nel personale un clima di sfiducia e un senso di inadeguatezza.

Le aree a più forte ritardo di sviluppo sono state penalizzate maggiormente mentre al contrario si deve agire secondo quanto prevede la nostra Costituzione all’art 119: laddove si manifestino condizioni tali da far emergere una fruizione dei diritti civili e sociali attenuata e inferiore alla media del Paese, lì occorre operare, per porre riparo, con interventi adeguati. A partire dal Mezzogiorno, diciamo noi. 

Più che raddoppiare i ministri servirebbe raddoppiare il fondo ordinario delle università e degli enti di ricerca e costruire un sistema nazionale del diritto allo studio che freni l’emigrazione dei cervelli piuttosto che alimentarla come fa quello attuale. Oppure, per evitare che ogni anno l’apertura dell’anno scolastico si trasformi in una roulette, rendere finalmente stabili tutti i posti di cui la scuola ha bisogno per funzionare. Il nostro Paese non sarà mai in grado di competere ai più alti livelli nello scenario internazionale se il personale non sarà stabile al punto da assicurare finalmente la continuità didattica. Questa è la precondizione per una didattica di qualità.

Come arrivarci lo abbiamo indicato da tempo: ampliamento dell’offerta formativa a partire dal tempo scuola, stabilizzazione dei precari, reclutamento ciclico basato sulla centralità dei percorsi di formazione. Serve poi un investimento vero sulle tante professionalità dei settori guardando con attenzione a ciascuno e adeguando progressivamente i salari alla media europea a partire da quelli degli insegnanti come del resto ha riconosciuto il presidente del Consiglio nell’Intesa del 24 aprile 2019. E va ricordato che durante il confronto governo-sindacati dello scorso 19 dicembre, dal ministro sono stati assunti precisi impegni in ordine a una serie di questioni: rinnovo del contratto di lavoro, contrasto alla precarietà, sistema strutturale per le abilitazioni, passaggio dei facenti funzione con tre anni di servizio nel ruolo dei Direttori dei servizi generali amministrativi (Dsga), soluzioni per completare la stabilizzazione dei precari in Enti di Ricerca, Università e AFAM, definendo in modo puntuale tempi, modalità e strumenti.

Ora ci aspettiamo che i nuovi ministri siano garanti di questi impegni e diano sostanza agli annunci. E si ricordino che non è scongiurato affatto il tentativo, nefasto, di approfondire le disuguaglianze territoriali mediante il ricorso all’autonomismo differenziato rispetto al quale attendiamo una posizione chiara a partire dal Disegno di legge “Boccia” pericolosissimo nella sua vaghezza e genericità, un autentico cavallo di Troia della regionalizzazione dei diritti fondamentali. Serve quindi quella discontinuità che su questi settori era stata annunciata ma è totalmente mancata.

Aveva visto bene Romano Prodi in un’intervista estiva quando individuava nella conoscenza, insieme alla sanità, gli assi fondamentali su cui ricostruire il Paese. Con questo stato di cose, l’intero governo e le forze che lo sostengono rischiano di essere bocciati da un mondo che si attendeva finalmente risposte coerenti e in cui si erano generate anche legittime aspettative. In attesa che si discuta finalmente del nuovo Documento di economia e finanza per il 2021, nel quale ci aspettiamo dal Ministro Gualtieri di tener fede a quanto ha promesso per il sistema della conoscenza: non basta evitare i tagli, è il momento di attribuirgli dignità e priorità per investimenti assai più significativi.

Vedremo già nei prossimi giorni se le dimissioni sono servite ad aprire una vera discussione nel governo su questi temi. Nel frattempo, la FLC CGIL coglie l’invito alla mobilitazione che viene dai suoi iscritti, dalle lavoratrici e dai lavoratori, da studenti e studentesse della scuola, dell’università della ricerca e che in questi giorni anima i social: “rivendicare a viva voce quello che chiediamo da tempo: una svolta radicale nelle politiche per il sapere in Italia. Mano nella mano, dalla scuola materna fino agli istituti di ricerca pubblica insieme potremo fare la differenza”.

Su questo punto auspichiamo una rinnovata unità sindacale a partire dal contrasto a ogni forma di regionalizzazione dell’istruzione e dalla rivendicazione di tutti i punti della piattaforma condivisi con  Cisl, Uil, Snals e Gilda. Noi siamo pronti. Il governo lo è?