Testo CCNL Istruzione e Ricerca

Home » Rassegna stampa » Nazionale » Rendere l’università gratuita e accessibile a tutti non basta

Rendere l’università gratuita e accessibile a tutti non basta

L’articolo di Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC CGIL, pubblicato sull’Huffington Post.

12/01/2018
Decrease text sizeIncrease text size
L'Huffington Post

La “questione università” viene finalmente rimessa al centro del dibattito pubblico, con le sue mille difficoltà e contraddizioni, tirandola fuori dalle secche degli addetti ai lavori o delle periodiche campagne emergenziali e scandalistiche in cui era stata confinata. In un’intervista al quotidiano Repubblica, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso sostiene che la proposta di università gratuita e universale “ha il pregio di riproporre il tema dell’accesso all’università, che oggi è fortemente basato sul censo, una proposta che può aprire una discussione sulla qualità dell’istruzione”. Tornare a parlare di sistema universitario equivale a parlare dell’Italia, del suo futuro, e del futuro delle prossime generazioni, di diritti e di Costituzione, e in particolare di progressività fiscale.

Per questo come Flc Cgil abbiamo voluto dedicare alla questione università due giorni intensi di riflessione a Cosenza, presso l’Università della Calabria, il 23 e il 24 gennaio, che saranno chiusi dal Segretario Generale della Cgil, Susanna Camusso. Si tratterà di una ulteriore occasione per rilanciare la discussione pubblica sullo stato dell’università e per riproporre al dibattito pubblico alcune delle riflessioni che in questi anni abbiamo avanzato come sindacato, a partire proprio dalla relazione stretta tra le risorse assegnate al sistema (ora ben al di sotto dei livelli europei), il finanziamento integralmente fornito dalla fiscalità generale (per garantire un accesso gratuito e universale) e il mantenimento del dettato costituzionale della progressività fiscale, in modo che chi ha di più contribuisca di più agli investimenti per l’istruzione pubblica. Su questi temi, io stesso sono intervenuto più volte sull’HuffPost.

La scelta dell’Università della Calabria come sede del nostro appuntamento nazionale non è casuale: una delle regioni italiane più colpite dalla crisi, e dagli effetti della crisi sulle nuove generazioni, con più del 50% di disoccupazione giovanile e un numero elevatissimo di NEET (coloro che né studiano né cercano lavoro). La Calabria dunque potrebbe essere la “metafora viva” (per citare Paul Ricoeur) del bisogno di un rinnovamento radicale nel nostro sistema universitario, a partire dalle condizioni disagiate del nostro Mezzogiorno, anche partendo da quella gratuità dell’accesso di cui ha parlato Pietro Grasso, e prima di lui Jeremy Corbyn.

Il 20 maggio del 2017, in piena campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento britannico, Jeremy Corbyn annunciò la proposta del Labour di abolizione delle ingenti tasse (circa 9000 sterline/anno) richieste dalle università inglesi, precisando che tale provvedimento era pensato anche per gli studenti provenienti da Paesi dell’Unione europea, considerando addirittura la gratuità universitaria come elemento dei negoziati post Brexit. “I conservatori hanno trattenuto gli studenti in basso troppo a lungo”, disse Corbyn, “costringendoli a riempirsi di debiti che hanno appesantito l’inizio della loro vita lavorativa. I laburisti allontaneranno la nube dei debiti e renderanno l’istruzione gratuita per tutti, per una Gran Bretagna più ricca, per i molti e non per i pochi (for the many, not the few)”. Corbyn rispose ai suoi detrattori: “troveremo i 9 miliardi e mezzo di sterline per rendere concreto questo progetto aumentando le tasse ai più ricchi, così gli studenti trarranno beneficio da più soldi in tasca e il Paese trarrà beneficio da ingegneri, medici, insegnanti scienziati”. L’università gratuita era diventato uno dei principali argomenti per indicare una via d’uscita dalla disuguaglianza, o dal privilegio, più feroce: quello che impone solo ad alcuni di istruirsi, lasciando dietro i molti. Fu solo propaganda? No, fu coraggio politico. Il dibattito arrivò anche in Italia, ma fu assai timido, anche a sinistra.

In realtà, non v’è nulla di visionario, folle, o propagandistico in questo progetto, e neppure si tratta di fare i Robin Hood alla rovescia. Si può fare, questo è il primo punto, mantenendo fede alla prescrizione costituzionale della progressività dei prelievi, per cui chi più ha più paga, anche per l’università interamente pagata dallo stato. Naturalmente, con la sola gratuità non si risolvono i grandi e annosi nodi e drammi delle università italiane. Occorrono più risorse, per il personale, per le strutture, e soprattutto per la ricerca. Occorre estendere e rafforzare il finanziamento per il diritto allo studio (borse, case dello studente, mense) proprio per evitare che la mobilità universitaria sia un privilegio per soli studenti abbienti.

Partiamo dalle politiche per l’istruzione adottate in questi anni: mentre Germania, Francia, paesi scandinavi non hanno esitato ad aumentare la quota di Pil riservata ad essa, l’Italia ha deciso di operare tagli su tagli, fino a recidere finanziamenti per più di 11 miliardi complessivi, ovvero una riduzione di circa lo 0,8% di Pil. Contemporaneamente ha introdotto un dannoso sistema premiale di valutazione degli atenei basato sull’assunto “più iscritti più soldi” (in questo consiste il sistema del cosiddetto “costo standard”), e introducendo discutibili criteri, quando non assurdi, di valutazione della ricerca (per imporre la logica della cosiddetta “eccellenza”) che hanno messo le università in conflitto tra loro. In questo modo amplificando i divari e le divergenze fra Atenei e territori, si è di fatto spaccato l’Italia in più categorie di riferimento (e dividendo di conseguenza anche gli studenti fra quelli iscritti agli atenei “eccellenti” e quelli iscritti agli atenei “normali”, di fatto immediatamente identificati come “mediocri"). Gli atenei meridionali sono proprio quelli che hanno subito con maggiore drammaticità i tagli alle risorse, e insieme a loro ne hanno fatto le spese gli studenti del Mezzogiorno, costretti a vedersi aumentare le tasse di anno in anno, proprio per la riduzione delle risorse, e a essere considerati (a partire dalle imprese in cerca di “eccellenze") studenti di serie inferiori. Una doppia, triplice spaccatura che ha ingigantito i divari nelle risorse già presenti, indebolendo l’intero sistema, fino al punto di mettere a rischio l’università italiana. Noi della Flc Cgil lo abbiamo denunciato in numerose occasioni.

Ancora in queste ore, inoltre, stiamo assistendo a come un sistema arbitrario per l’individuazione dei “dipartimenti d’eccellenza” (sistema sarcasticamente ribattezzato “ludi dipartimentali”), abbia operato una ulteriore discriminazione di una fonte importante di finanziamento (1 miliardo e 300 milioni per un quinquennio) che viene prevalentemente erogata ad atenei del nord (58.9% dell’importo totale), mentre solo il 13.9% è stato attribuito a dipartimenti del Sud. Naturalmente giustificando questa sperequazione con criteri “oggettivi” di valutazione.

Non si può fare a meno di citare qui l’editoriale sul Manifesto col quale Piero Bevilacqua spazza via, con abbondanza di argomentazioni, la “vulgata” secondo la quale oggi l’accesso all’università, in fondo, è garantito alla maggior parte degli studenti. Citando il denso volume “Università in declino” di Gianfranco Viesti e della Fondazione Res, Bevilacqua elenca le cifre che testimoniano del “più vasto e grave ridimensionamento delle strutture complessive dell’università che si è mai verificato nella storia dell’Italia contemporanea”. Ma Bevilacqua rivela un altro dato che occorre assumere: le tasse universitarie hanno vissuto un innalzamento spropositato “nel periodo, di oltre il 57%, mentre le risorse per borse di studio restavano ferme a circa 180 milioni tra fondi nazionali e regionali”. Cifre estremamente misere, dinanzi “ai due miliardi di Francia e Germania e persino al miliardo della Spagna”.

Dunque, di cosa stiamo parlando, se non del “sabotaggio del diritto allo studio che viola la Costituzione”? Sabotaggio che trasforma, come afferma Susanna Camusso, l’università in luogo dove si esercita la più nefasta delle disuguaglianze, quella dell’accesso alla conoscenza, portando gli atenei alla deriva dell’accesso per censo. Su questo la società italiana deve aprire il dibattito e se necessario il conflitto: restituire all’università (a partire da quella del Mezzogiorno, ma più in generale nelle aree economicamente svantaggiate del paese) la dignità, la funzione sociale, e la centralità che merita, investendo le risorse necessarie per il suo rilancio, e per garantire la gratuità dell’accesso. Tesi rilanciata dal politologo e filosofo Maurizio Viroli su Il Fatto Quotidiano, che ripropone la gratuità dell’accesso sia come diritto inviolabile alla conoscenza, ma anche come frutto di un patto con lo stato, che determina alcuni doveri per il cittadino che studia, il quale “sarà fermato da regole certe, consentendo solo ai migliori e meritevoli di proseguire”. Anche per Viroli “chi è più ricco deve pagare di più, ma attraverso giuste aliquote, progressività della tassazione, ed esemplari sanzioni per gli evasori”.

Insomma, dal dibattito pubblico di questi giorni emerge che se c’è un settore dove lo stato deve investire, a prescindere, è proprio l’istruzione pubblica, assunta come “diritto inalienabile alla conoscenza, dalla materna alla laurea”. Il nostro Paese potrebbe pagare amaramente i continui arretramenti su università, ricerca e sull’istruzione più in generale, sulla generazione e la trasmissione della conoscenza: arretramenti che contrastano i sogni di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che nell’università vedono un orizzonte, un futuro, una prova di maturità. Ecco su chi pesa l’ideologia dell’assistenzialismo, su quella generazione, mentre è ora di riprendere tra le mani davvero la Costituzione, nel 70esimo anniversario della sua promulgazione, per farla vivere concretamente nei sogni di quei giovani, rimuovendo “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E dove si esercita a 20 anni il pieno sviluppo della persona umana se non in un’aula universitaria?

Tenuto conto dell’importanza e del ruolo dell’istruzione nella “società della Conoscenza”, abbiamo assistito negli ultimi quindici anni a un paradosso: una “centralità messa ai margini”. Da Cosenza vogliamo ripartire per restituire alla “questione Università” il posto centrale che le spetta, nel dibattito pubblico e nel rilancio concreto del suo potenziale ruolo di sviluppo culturale, economico e sociale.