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Scuola, sindacati in piazza: basta tagli

La protesta. Ieri il mondo della scuola ha scioperato contro il governo Draghi ed è andato in piazza da Nord a Sud per il rinnovo del contratto, scaduto da oltre tre anni, e contro il decreto che interviene sull’ingresso all’insegnamento e sulla formazione e che mette in competizione i docenti in cambio di risibili aumenti.

31/05/2022
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il manifesto

Roberto Ciccarelli

Adesioni allo sciopero della scuola in crescita (alle 17 di ieri era il 15% contro il 6% del 10 dicembre scorso). E ieri i sindacati promotori Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals, Gilda e Anief hanno incassato il sostegno dei partiti della maggioranza (Pd, 5 Stelle, LeU) a cambiare il contestatissimo decreto «Draghi-Bianchi» (il «36») che interviene sull’ingresso all’insegnamento e sulla formazione dei docenti. Il testo scavalca la contrattazione, aumenta la competizione e complica il problema del precariato, dei bassi salari che assilla l’intera categoria preoccupata per il peggioramento della qualità della vita e della degradazione del lavoro. Il provvedimento è approdato in Senato per iniziare l’iter per l’approvazione definitiva.

È questo il primo bilancio di una nuova tappa della mobilitazione che prosegue da mesi nella disattenzione della società dello spettacolo integrato che, dopo il Covid spento per decreto ma non realmente, si è polarizzata nel palinsesto della guerra. Nel frattempo le questioni sociali, a cominciare dalla scuola, sono state rimosse o occultate. Salvo tornare d’attualità per qualche ora, com’è accaduto ieri.

DA NORD A SUD, e a Roma dove a piazza San Silvestro sotto un sole cocente si sono radunate 7 mila persone almeno, sono stati in molti a denunciare le contraddizioni del governo Draghi che ha incassato due scioperi generali in cinque mesi. Un record. La prima contraddizione è usare il calo delle nascite (stimato in 1 milione e 400 mila bambini in meno entro il 2032) per tagliare almeno 9600 cattedre entro il 2031, mentre i posti andrebbero aumentati e il numero degli alunni per classe diminuiti al fine di garantire una maggiore qualità della didattica. La seconda contraddizione è prevedere una formazione che mette in competizione i docenti per conquistare aumenti di stipendi una tantum. Li potranno avere però solo il 40% tra loro. Gli altri no. La terza contraddizione: tutto questo sarà finanziato tagliando le cattedre e la «card annuale» voluta da Renzi quando faceva parte del Pd, era a Palazzo Chigi e varava la sua «Buona scuola» contro la quale hanno lottato i sindacati. Anche allora, nel 2015, non furono aumentati gli stipendi e quel governo cercò di sostituire gli aumenti proprio con la «carta docente». Oggi il governo Draghi vuole tagliare quella che è diventata una parte del salario. Ieri in piazza a Roma i manifestanti erano furiosi.

LA RICHIESTA rinnovata dai sindacati è lo stralcio dal decreto di tutte le materie di natura contrattuale, l’avvio della trattativa per il rinnovo del contratto per la categoria più numerosa del pubblico impiego. Parliamo di un contratto che non è rinnovato da quasi quattro anni. Sono state anche respinte le voci di aumenti modestissimi (tra 50 e 75 euro lordi). Chiesto un aumento congruo fino a 350 euro ritenuti necessari per recuperare almeno il potere d’acquisto. Rivendicata una drastica semplicazione delle cervellotiche norme per l’ingresso nella professione docente che sembrano essere state concepite per rendere la vita di 200 mila precari peggiore di quella che è già. Necessaria è la stabilizzazione dell’organico di fatto per dare finalmente una certezza a chi ha tre o più anni di servizio.

LA SCUOLA si presenta così a due anni e mezzo dall’inizio della pandemia in cui è stata stritolata in un incubo. Ieri è stata posta anche una questione politica di fondo, maturata dopo più di un anno di governo Draghi. La crisi è democratica ed è molto profonda. Usando il piano di ripresa e resilienza («Pnrr») come strumento di emergenza il governo cerca di imporre significativi cambiamenti in materie importanti. Salvo poi cercare di recuperare, come ha fatto ieri il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, assicurando che le norme sul reclutamento e sulla formazione saranno comunque discusse con i sindacati. Certo, ma a partire da quanto è stato già deciso con il decreto. Ad avviso di Bianchi il governo non intende fare «tagli» alla scuola pubblica e garantisce 17,5 miliardi di euro con il «Pnrr». I sindacati hanno iniziato a contestare le premesse, le modalità e le finalità di questo programma. «Il momento è delicato» ha commentato Bianchi.