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Scuole chiuse e didattica a distanza: la lettera del prof, il nostro dovere di fronte alla solitudine dei ragazzi

Il valore delle lezioni a distanza, la forza dei classici e la riscoperta dei libri, in questo tempo «che resterà nella memoria come una cicatrice»

25/03/2020
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Corriere della sera

Marco Ricucci

*docente di italiano e latino al Liceo Scientifico «Leonardo» di Milano e professore a contratto all’Università degli Studi di Milano

«Il tempo, come si dice, è scivolato tra le dita; le nostre speranze sono sepolte con gli amici». Con queste parole Petrarca scriveva in una lettera a Socrate, un soprannome riecheggiante i tempi dell’Atene classica, nel 1348, quando la peste dilagò in tutta Europa, ancora rinchiusa dalla credenza che la Terra fosse quadrata. Tanti morti il poeta aveva visto con i propri occhi, come noi vediamo lunghi cortei di mezzi militari a Bergamo che trasportano il feretro di questa pandemia del terzo millennio. «Il mille trecento quaranta otto - prosegue Petrarca - è l’anno che ci ha colto impotenti e ci ha reso soli». Questa nuovo flagello ha scoperto la nostra vulnerabilità che la corsa frenetica di una vita molto social ci aveva fatto forse dimenticare. I più attenti cultori della lingua ciceroniana potranno controllare le parole originali di Petrarca: nos solos atque inopes fecit. Ecco che l’acribia del traduttore renderebbe inopes con «poveri» ovvero privi di mezzi; ma io voglio rivendicare la libertà di far parlare i classici perché hanno sempre qualcosa da dirci, secondo la celebre definizione di Calvino; anzi voglio andare oltre, in modo più profondo, come lo sgomento che i nostri ragazzi non sanno come esprimere, richiusi negli appartamenti delle città, di Milano, dove vivo e insegno.

Solos, quasi desolati e isolati. La didattica a distanza serve certamente ad andare avanti con il programma, come si ostinano a ripetere alcuni amici e colleghi, ben poco consapevoli che la natura trasmissiva dei contenuti è una categoria peritura di fronte al paradigma della complessità del nostro mondo, con venature di confusione. Ha ragione un documento a firma della dottoressa Giovanna Boda, alto funzionario del Miur, quando in una circolare che ha rotto il tabu’ del burocratese ministeriale: «Potrebbe sembrare un paradosso, ma le richieste che le famiglie rivolgono alle scuole vanno oltre ai compiti e alle lezioni a distanza, cercano infatti un rapporto più intenso e ravvicinato, seppur nella virtualità dettata dal momento. Chiedono di poter ascoltare le vostre voci e le vostre rassicurazioni, di poter incrociare anche gli sguardi rassicuranti di ognuno di voi, per poter confidare paure e preoccupazioni senza vergognarsi di chiedere aiuto».

Ma come possiamo veramente aiutare questa generazione di adolescenti testimoni di un vero e proprio sconvolgimento epocale? Torniamo veramente a riscoprire, con un pizzico di ingenuità, l’entusiasmo delle voci degli antichi, non più confinate nelle pagine di antologie e di sintesi di storie letterarie. Una semplice e bella risposta è data da Cicerone di cui il Petrarca aveva ritrovato, dopo secoli di oblio, tra gli scaffali polverosi, nella primavera del 1345, presso la biblioteca capitolare di Verona, le Epistulae ad Atticum, ad Quintum fratrem e ad Brutum: era venuto l’aspetto umano e più intimo del grande prosatore, uomo politico, avvocato, diventato icona antesignana. Cicerone ebbe a scrivere nella difesa del poeta Archia: «Quando tutto giace nell’oscurità, avviciniamo la luce della letteratura». Gli adolescenti di oggi stanno perdendo l’amore della lettura, il libro è diventato ormai un oggetto obsoleto, la scuola stessa, retaggio dell’impostazione dello Stato ottocentesco, ha sperimentato la modernità con la crisi del coronavirus che l’ha costretta a fare un passo in avanti con la didattica a distanza. Eppure questo è un tempo della riscoperta di tante cose, come un libro: se i ragazzi non hanno mille impegni, il «vuoto» può essere anche un bel libro? Ascoltando ogni sera il bollettino diramato dalla Protezione civile, le parole di Petrarca ci vengono in soccorso a noi uomini e donne del terzo millennio:«Le più recenti perdite sono incolmabili: ciò che morte ci ha sottratto è una ferita inguaribile». La sfida di noi docenti, in tempi di coronavirus, è non lasciare soli e impotenti i nostri alunni, per i quali questo tempo forse rimarrà una cicatrice nell’anima e nella memoria.