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Università, la soluzione a concorsopoli è abolire i concorsi

Ma come evitare che la cooptazione scientifica diventi arbitrio? Rendendo responsabili le strutture.

08/10/2017
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la Repubblica

Renzo Guolo

Vogliamo dirlo una volta per tutte? La “concorsopoli” universitaria si risolve eliminando i concorsi. Non si tratta dell’uovo di Colombo dei folli, quanto della presa d’atto che in una comunità scientifica, perché questa è l’università, non si entra come in un qualsiasi ramo dell’amministrazione pubblica. L’università produce didattica e ricerca di alto livello. È arduo pensare che tali funzioni possano essere valutate con modalità simili a quelle di un qualsiasi impiego pubblico. Proposta che non va confusa con quella, di ispirazione liberista, che vede l’eliminazione del concorso come viatico per il mutamento dello stato giuridico degli atenei.

Occorre uscire dalla trappola ideologica per cui chi vuole superare le attuali forme di reclutamento è necessariamente favorevole alla privatizzazione dell’università o all’abolizione del valore legale del titolo di studio. A partire da un punto fermo: chi aspira a entrare nella comunità scientifica deve avere requisiti minimi stabiliti dalla legge. Dunque, non è possibile prescindere dall’idoneità, si chiami o meno abilitazione scientifica nazionale, conferita da commissioni composte da studiosi di riconosciuto prestigio. Dopo di che la palla passa agli atenei. E qui è il vero nodo da sciogliere.

Negli ultimi vent’anni le modalità di reclutamento sono cambiate più volte ma il concorso è rimasto la foglia di fico dietro al quale si nascondono molti. Se viene reclutata una figura di scarso rilievo, il ritornello è: “Non si può fare niente: ha vinto un concorso!”. Parola magica che tutto sana e blinda. Il concorso come italico passaporto per il Regno della Deresponsabilizzazione. Ovviamente è assurdo ritenere che tutti i concorsi siano truccati, che i vincitori siano tutti inetti, che i cervelli migliori siano tutti all’estero. Non è così: altrimenti l’università italiana, o quantomeno anche la sua eccellenza, sarebbe già affondata.

Ma come si scioglie il nodo? Le università dovrebbero chiamare direttamente scegliendo tra gli idonei. Obiezione, invocherà qualcuno: nella pubblica amministrazione si accede per concorso. A costo di pensare a una modifica dell’articolo 97 della Costituzione, che pure integra quel dettato con un interpretabile “salvo i casi stabiliti dalla legge”, il passo da fare è quello. La chiamata diretta come regola, oltre che dare all’università un pezzo di quell’autonomia sempre proclamata a parole e sempre negata nei fatti, consente di evitare equivoci. A partire da quelli prodotti dal baroccheggiante monstrum concorsuale costruito nel tempo, del tutto disfunzionale oltre che inutilmente vessatorio nei confronti di quanti sperano di essere reclutati o passare di fascia. Gli idonei in un settore scientifico disciplinare, che può essere molto ampio e ricomprendere competenze assai diverse, possono partecipare a ogni concorso bandito per quello stesso settore. Ma il bando non richiede specifici profili: accerta, di nuovo dopo l’abilitazione, la qualificazione scientifica dei candidati. Un meccanismo che alimenta aspettative e “reazioni difensive”, tanto più in un contesto di risorse scarse. La chiamata diretta permette, invece, di reclutare, in modo più trasparente, figure che rispondono alle esigenze di offerta formativa e di ricerca dei singoli atenei.

Ma come evitare che la cooptazione scientifica diventi arbitrio? Rendendo responsabili le strutture. Se un ateneo chiama uno studioso di dubbio valore, verrà poi penalizzato nell’assegnazione dei fondi ministeriali. E il dipartimento che ha proposto la chiamata lo sarà nella redistribuzione interna. Arruolare personale non di qualità dovrà comportare la diminuzione della quota premiale, sempre più rilevante nei bilanci universitari. Quanto al reclutato, il suo rendimento, come quello di ogni altro docente e ricercatore, è già misurabile nella ricerca e nella didattica; se mostrerà limiti nella produzione scientifica o nell’insegnamento, non avrà scatti stipendiali o avanzamenti di carriera. Autonomia e controllo degli obiettivi: di questo ha bisogno l’università per mettere fine alla deresponsabilizzazione prodotta, anche, dal feticcio concorsuale.