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Piano scuola: un gruppo di docenti scrive ai responsabili del settore scuola del PD

Il documento raccoglie alcune osservazioni in merito ai contenuti attribuiti dalla stampa alla “proposta Reggi”, circolata in questi giorni. È stato elaborato partendo dalla diretta esperienza di un gruppo di insegnanti di liceo.

14/07/2014
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All’attenzione dei responsabili del settore Scuola e del Sottosegretario Reggi

OGGETTO: osservazioni sulla proposta di riforma della scuola e suggerimenti

Siamo docenti di Liceo (Scientifico o Classico) e chiediamo anticipatamente scusa per l’apparente prolissità del documento, ma riteniamo che problemi complessi vadano affrontati ragionando in modo complesso e disteso.

§ Pars destruens

1) Dagli organi di stampa è emerso che si prospetta un'estensione dell'orario settimanale a 36 ore.

Ci auguriamo che si tratti di una semplificazione giornalistica; in ogni caso ci troviamo in totale disaccordo con la proposta di organizzare l’orario su 36 ore settimanali, pur mantenendo a 18 quelle di lezione e presupponendo un aumento stipendiale, per questi motivi:

- Il lavoro di programmazione, preparazione di lezioni efficaci – sempre più spesso personalizzate, secondo le esigenze dei Bes - e correzione attenta delle verifiche (a meno che non si tratti di test a crocette, il cui scopo sia un meccanico conteggio di punti) sono per noi imprescindibili e non possono essere sacrificate in nome di un dilatato tempo scuola pieno di iniziative, laboratori e corsi vari.

L’espletamento serio delle attività connesse alla funzione docente richiede tempo, un alto grado di concentrazione e la disponibilità immediata di strumenti (libri, riviste) che solitamente un docente ha accumulato negli anni e che non sono disponibili nell’oceano della Rete. Va da sé che questo comporta anche la possibilità di disporre di spazi idonei che rendano realmente fattibile il lavoro.

La mancanza di queste condizioni operative determinerebbe la necessità di completare le suddette operazioni a casa, magari trasferendo ogni volta il materiale necessario, con un’ulteriore dilatazione del tempo lavorativo, che quindi andrebbe ben oltre le 36 ore settimanali.

Del resto, come sanno gli insegnanti che sono responsabili del conseguimento delle famose “competenze chiave” europee da parte degli studenti, l’umile lavoro di preparazione delle lezioni o correzione delle verifiche è piuttosto impegnativo, soprattutto se ad esso seguono immancabilmente attività di recupero o sostegno nei momenti curricolari (che sono comunque le strategie più proficue ai fini del recupero delle carenze).

- Inoltre, ammettiamo pure che ci vengano resi disponibili uffici personali comodi, adeguatamente attrezzati, ben illuminati e ben riscaldati (ricordiamo che in alcuni Comuni si preme perché la scuola chiuda al sabato, in modo da risparmiare sul riscaldamento): tuttavia, per la Legge italiana i docenti hanno sempre responsabilità civili e penali nei confronti degli studenti che popolano l’edificio.

Il nostro impegno, dunque, sarebbe doppio: svolgere le normali funzioni di preparazione-correzione e contemporaneamente operare un costante controllo del comportamento degli studenti presenti: verificare chi entra ed esce dalla scuola, chi va in bagno, quanto ci resta, chi si ferma a chiacchierare nei corridoi, chi accede a strutture costose e delicate.

È praticamente impossibile svolgere in modo adeguato entrambi gli impegni: la vigilanza sugli alunni sottrarrebbe tempo al lavoro, con la conseguenza, ancora una volta, che esso dovrebbe essere completato a casa, oltre le 36 ore onnicomprensive.

Per quanto possa essere apprezzabile che la scuola diventi anche un ambiente disponibile per la comunità al di fuori degli orari di lezione, riteniamo che ciò non debba costituire un onere per i docenti.

La scuola può offrire i suoi spazi, ma l’impegno dell’organizzazione e della gestione di eventuali iniziative sia piuttosto affidato ai genitori, che solitamente operano tramite Comitati e possono trovare altre soluzioni e modalità organizzative, in accordo con il Consiglio di Istituto.

Ciò non toglie che i docenti di una scuola possano comunque presentare progetti che prevedano la loro presenza pomeridiana insieme agli alunni: opportunamente incentivata, è una possibilità da lasciare alla libera scelta del docente.

- Va escluso, altresì, che gli studenti siano obbligati a risiedere a scuola e a partecipare ad attività aggiuntive: la loro modalità di apprendimento diventerebbe solo operativa e cooperativa, a discapito della rielaborazione personale. Secondo la nostra esperienza (pluridecennale), lo studente liceale ha bisogno di tempo e concentrazione per assimilare quanto a scuola ha compreso e condiviso: gli allievi più capaci sono tali perché hanno la costanza di impegnarsi nelle suddette attività di studio, che necessitano di tempo nel pomeriggio e non di un sovraccarico di attività scolastiche.

- Quanto poi all’idea che gli insegnanti abbiano oltre alle 18 ore di cattedra anche delle ore a disposizione, essa è dichiaratamente finalizzata a risparmiare sui supplenti.

In primo luogo, è poco credibile che tale risparmio sia poi interamente destinato agli insegnanti a tempo indeterminato attraverso un proporzionale aumento del loro stipendio: dunque si tratterebbe dell’ennesimo tentativo di estorcere lavoro aggiuntivo non adeguatamente retribuito.

In secondo luogo, l’operazione è impraticabile: le ore a disposizione possono servire a garantire momenti di “custodia” occasionale e non di insegnamento, come si può chiaramente evincere dall’esempio seguente, relativo all’orario settimanale di lezione di due docenti di matematica (X e Y) di liceo scientifico:

LUNEDI

MARTEDI

MERCOLEDI

GIOVEDI

VENERDI

SABATO

X

2A

2O

2O

1H

1B

2A

2O

1I

2O

2O

2A

1B

2A

2O

1I

2O

2A

1H

Y

4D

2G

1A

2M

4D

2G

2M

1A

1A

2G

2M

1A

2G

2M

4D

2G

2M

1A

4D

È evidente che l’uno non potrebbe assicurare la sostituzione dell’altro, a causa della sovrapposizione delle classi, a meno che non si pensi ad una continua ristrutturazione dell’orario: ma chi conosce la scuola sa che ciò provocherebbe un effetto domino su tutte le altre discipline e le altre classi.

Lo si può fare una tantum, in casi di estrema emergenza, ma sarebbe impensabile operare in tal modo ogni volta che se ne presenta la necessità.

Inoltre, supplenze di questo genere comporterebbero non solo compiti di sorveglianza, ma anche di docenza (portare avanti un programma, provvedere alle varie attività della classe, alle verifiche e alla valutazione, partecipare agli scrutini): esattamente quel lavoro che oggi viene ignorato e che condurrebbe a sconfinare rispetto alle famose 36 ore

Se l’obiettivo è garantire una certa continuità (e qualità) nell’insegnamento, toccherà ricorrere alle graduatorie di Istituto, che raccolgono, di norma, personale qualificato.

Se, invece, davvero basta un servizio di sola sorveglianza, possiamo suggerire una soluzione più efficace e meno dispendiosa.

- Si prevede, oltre a ciò, che una quota delle 36 ore sia destinata all’aggiornamento obbligatorio: può essere effettivamente una richiesta ragionevole, ma appare del tutto sproporzionata nella sua entità. Anche in questo caso, pensiamo di poter proporre una soluzione che assicuri un costante impegno di formazione meno gravoso e più mirato.

- Concludiamo, infine, con un semplice calcolo.

Le 36 ore sarebbero così composte: 18 ore di cattedra, 3 ore a disposizione, 2 ore (per ipotesi) di aggiornamento, 2 ore di impegni collegiali (le 40 + 40 ore divise per le settimane di scuola), 1 ora di colloquio.

Restano 10 ore effettive per la preparazione delle lezioni, la correzione delle verifiche, la preparazione dei materiali necessari ai momenti di riunione (un Consiglio di Classe o una riunione di Dipartimento non si improvvisano).

Davvero poche, soprattutto se svolte in un ambiente inadatto e condizionate dagli obblighi di sorveglianza: un docente non riuscirà certamente a concludere un serio lavoro didattico.

Dunque i casi sono due: o farà quel che può e lascerà in sospeso il lavoro, andandosene al termine del proprio orario, o se lo porterà ancora una volta a casa, aggravando i propri oneri in modo ancora più invisibile e gratuito, con il solo conforto della propria buona coscienza e con ben poche energie mentali e fisiche a disposizione.

Facciamo un esempio concreto di carico di lavoro: in seguito alla riforma Gelmini e alla conduzione delle cattedre obbligatoriamente a 18 ore, la cattedra di lettere in un liceo scientifico si costituisce di tre “italiani” (4 ore X 3) e due moduli da 3 ore (latino o storia/geografia). Un carico pesantissimo (la correzione di un solo elaborato richiede mediamente 40 minuti, in classi di 28/30 alunni), che ha indotto diversi insegnanti (quelli che hanno potuto permetterselo, ovviamente) a optare per un part time, accettando una penalizzazione economica per reggere in modo decoroso il livello richiesto in un liceo.

- Dunque, accanto ai docenti che assumono compiti di coordinamento, realizzano progetti in orario extra curricolare e certamente si apriranno a sempre nuove iniziative, chiediamo si consenta l'esistenza di docenti di tipo “ordinario”, che già danno con grande dignità e professionalità, e non possono essere spremuti o mortificati ulteriormente sul piano economico.

Si lasci libero il docente di mantenere l’attuale orario (compreso il numero di giorni di presenza a scuola) senza ulteriori penalizzazioni: ribadiamo che il carico (almeno nell’ordine di scuola che conosciamo) è già adesso superiore rispetto al riconoscimento economico attuale.

Qualunque aumento di orario, pertanto, non deve essere generalizzato, ma deve porsi come un’opportunità, adeguatamente retribuita, per chi si rende disponibile per un carico aggiuntivo definito: chi lavorerà di più, o assumerà responsabilità maggiori o spenderà competenze specifiche (immaginiamo moduli Clil e attività relative alle tecnologie), ovviamente dovrà essere pagato di più.

Tuttavia non è accettabile che questa scelta comporti penalizzazioni per chi mantiene l’attuale carico di lavoro in termini di orario e di giorni di scuola.

Opzione, che, ripetiamo, deve essere garantita.

Per “innovare” la scuola (in positivo, speriamo) e “valorizzare” il lavoro degli insegnanti, basta riconoscere, ufficialmente e una volta per tutte, la peculiarità del nostro lavoro, che non è paragonabile ad un qualsiasi lavoro d’ufficio.

2) Ci troviamo in disaccordo anche con un eventuale prolungamento del calendario scolastico: il nostro lavoro comporta un continuo e paziente contatto con un’utenza difficile, spesso recalcitrante, talvolta ostile.

La pressione emotiva e lo stress (che in alcuni Paesi civili viene riconosciuto ufficialmente come rischio professionale) richiedono un congruo periodo di recupero e, del resto, il nostro reddito annuale è stato calibrato proprio in previsione di un certo numero annuo di settimane di lezione: un docente con oltre vent’anni di anzianità ha un reddito annuale lordo di circa 10.000 euro in meno rispetto a un impiegato in banca di pari livello, pur avendo – lo ripetiamo – responsabilità civili e penali nei confronti di minori e, certo, meno benefit di vario genere.

Peraltro, i giorni di apertura della scuola e quelli di “vacanza” sono in linea con gli altri Paesi europei (magari diversamente distribuiti), pur in corrispondenza di redditi generalmente superiori.

Ricordiamo, altresì, che oltre agli esami di Stato (che coinvolgono una buona parte dei docenti e che dovrebbero essere snelliti), gli esami integrativi (solitamente in luglio o nell’ultima settimana di agosto) e la necessità, sempre più frequente, di essere disponibili per colloqui con i genitori in seguito agli scrutini, tanto quelli di fine anno, quanto quelli per gli alunni con giudizio sospeso, hanno già ridotto il tempo di riposo dei docenti.

- È, inoltre, impensabile che l'attività didattica ordinaria, con svolgimento del programma e verifiche, si protragga oltre il termine attuale: i ragazzi non reggerebbero, perdendo concentrazione e impegno, e le scuole non sono dotate di aria condizionata, cosa necessaria se 30 studenti lavorano in ambienti chiusi quando la temperatura ambiente è quella della stagione estiva.

Non dimentichiamo che, almeno per quanto riguarda la secondaria superiore, la scuola è già ora aperta nel mese di luglio per esami di stato e corsi di recupero per gli allievi insufficienti.

Queste attività si aggiungono all’impegno ordinario ed è giusto vengano correttamente retribuite come lavoro straordinario secondo le attuali modalità.

Se, poi, questi periodi in cui gli insegnanti non sono materialmente presenti a scuola creano proprio tanto livore nell’opinione pubblica, si potrebbero considerare altre soluzioni, da verificare con la tutela dei Sindacati: per esempio, l’intero nostro reddito annuale (opportunamente adeguato ai nuovi oneri, che comunque abbiamo sostenuto a causa dei vari provvedimenti legislativi degli ultimi anni) potrebbe essere diversamente modulato nel corso dell’anno. Ovviamente in modo che si garantisca la continuità giuridica del servizio, con i relativi contributi ai fini di previdenza, pensione e buonuscita.

3) Giudichiamo molto discutibile, e pericoloso, affidare la valutazione del sistema scolastico (con ricaduta sugli stipendi) alle prove Invalsi, ampiamente contestate per diversi motivi:

- la tipologia dei quesiti, che non rendono conto delle capacità di rielaborare, progettare, argomentare, competenze richieste dalla normativa europea e non riducibili ad una misurazione oggettiva basata su risposte chiuse o multiple.

- la scarsa attendibilità dei risultati: somministrazione e tabulazione vengono affidate alle stesse scuole che vengono valutate. Ciò comporta spesso offensive accuse di cheating, fondate esclusivamente su calcoli statistici. Tale problema (che abbiamo illustrato nel precedente documento) è stato ripetutamente segnalato, senza mai trovare adeguata risposta.

- Il rischio di impoverimento della didattica, che inevitabilmente si modellerà in un teaching to test.

Tuttavia, anche a proposito della valutazione dell’operato di scuole e insegnanti, pensiamo di poter avanzare qualche suggerimento, consapevoli che la questione è delicata e complessa.

3) Siamo contrari anche alla riduzione del curricolo scolastico, soprattutto se la prospettiva è quella di tagliare un anno della scuola superiore: nel precedente documento avevamo fatto cenno al problema, senza addentrarci in considerazioni di opportunità didattica.

Ci pare il momento di farlo.

- I programmi ministeriali con i quali si devono raggiungere le competenze base europee non si possono limare al ribasso, pena uno scadimento del livello di preparazione culturale dello studente in uscita, cosa della quale l'Italia decisamente non ha bisogno.

A titolo di esempio, riportiamo alcuni di questi obiettivi imposti dall’Europa (e sulla cui praticabilità, ovviamente, nessuno ha pensato di confrontarsi con noi):

  • Asse dei linguaggi - padronanza della Lingua italiana: padroneggiare gli strumenti espressivi ed argomentativi indispensabili per gestire l’interazione comunicativa verbale in vari contesti.
  • Asse scientifico-tecnologico: osservare, descrivere ed analizzare fenomeni appartenenti alla realtà naturale e artificiale e riconoscere nelle sue varie forme i concetti di sistema e di complessità; analizzare qualitativamente e quantitativamente fenomeni legati alle trasformazioni di energia a partire dall’esperienza; essere consapevole delle potenzialità e dei limiti delle tecnologie nel contesto culturale e sociale in cui vengono applicate.

I tempi di acquisizione dei contenuti e di maturazione di tali impegnative competenze non possono essere contratti (da 5 a 4 anni) con un maggior carico orario settimanale, o con un prolungamento dell'anno scolastico nel periodo estivo, perché l'assimilazione richiede ritmi equilibrati per essere efficace.

- Inoltre, non dimentichiamo che le sperimentazioni finora avviate (scuole private S. Carlo di Milano e Guido Carli di Brescia) riguardano contesti privilegiati, non paragonabili alle condizioni reali della scuola pubblica: studenti selezionati in ingresso, in classi non numerose, docenti assunti ad hoc (spesso in part time nelle migliori scuole pubbliche).

- La prospettiva europea è del tutto falsa: il curricolo ridotto non è universalmente diffuso.

In Germania, per esempio, non tutti i Länder l’hanno applicato e, dove esiste, non è infrequente che gli studenti aggiungano un anno propedeutico al percorso universitario, tanto che la riduzione del curricolo è ora oggetto di ripensamento.

A questo proposito, non è inutile accennare al fatto che il percorso liceale in Italia (sugli altri ordini di scuola non abbiamo elementi per esprimerci) è di altissimo livello: i nostri studenti che trascorrono un anno all’estero solitamente vi ottengono facile successo e tornano con la consapevolezza che il percorso del liceo italiano è severo, ma estremamente valido.

Inoltre, la riduzione di un anno delle superiori, oltre a tagliare posti, rischierebbe di peggiorare di molto la qualità delle stesse Università.

Non vediamo, dunque, il motivo di compromettere un sistema che funziona bene.

§ Pars construens:

- L’orario di servizio settimanale.

Come detto sopra, le 36 ore settimanali di servizio a scuola possono essere previste per chi svolge compiti aggiuntivi di organizzazione: le funzioni strumentali e i vicari del Dirigente, i coordinatori di attività culturali che si distribuiscono nel corso dell’anno scolastico (eventualmente destinate anche ai genitori), ecc.

Certo una soluzione come questa implica un riconoscimento economico autentico e non simbolico come quello che si ricava ora dalle briciole del Fondo di Istituto, soprattutto se tali responsabilità si affiancano al normale insegnamento.

Ci pare più sensato convogliare le risorse (la cui futura origine ed entità, però, ci pare fumosa: ancora da tagli ai danni della scuola?) verso un gruppo di docenti con maggiori responsabilità, piuttosto che distribuirle a bricioline su tutti al fine di coprire un indiscriminato, improduttivo e controproducente aumento dell’orario di lavoro.

- Le ore a disposizione in aggiunta all’orario di cattedra.

Premettiamo che il problema delle sostituzioni interne è nato a causa del vincolo delle 18 ore per la costituzione delle cattedre: un provvedimento, tanto per cambiare, finalizzato al risparmio e che ha aggravato il peso di alcune discipline.

Non ci sembra corretto che ora si chieda a noi docenti un maggiore lavoro per risolverlo e per assicurare nuovi risparmi per lo Stato.

Tuttavia, si può suggerire una possibile soluzione, per quanto parziale.

Nel contratto si preveda che ogni docente garantisca un “pacchetto” di 9 o 10 ore ALL’ANNO:

una scuola di medie dimensioni potrebbe contare su un patrimonio di 300/400 ore annuali.

Esse saranno calendarizzate, in maniera più o meno elastica, secondo accordi con la Presidenza e le RSU.

Nel rispetto del calendario concordato, tali ore verranno utilizzate e, ovviamente, retribuite solo se effettivamente necessario, per supplenze brevi e occasionali, che comportano esclusivamente compiti di sorveglianza. Per questo motivo si può prevedere un compenso più contenuto rispetto a quello che dovrebbe essere previsto per un’ora di docenza: una simile soluzione è certo meno attraente per lo Stato rispetto a quella ventilata, tuttavia eviterebbe una spesa indiscriminata (perché giudichiamo ovvio che ogni ora a disposizione in più rispetto all’attuale orario di cattedra debba comportare un proporzionale aumento di stipendio).

- L’aggiornamento obbligatorio

Anche in questo caso, si può prevedere per contratto un pacchetto ANNUALE obbligatorio, decrescente con il crescere degli anni di servizio: per esempio, un massimo di 15 ore a inizio carriera fino a un minimo di 5 ore dopo 25 anni di servizio.

- Le ore di aggiornamento non devono comportare oneri di spesa per i docenti, riguarderanno temi disciplinari, didattici, metodologici e verranno pianificate nel contesto di Dipartimenti e Collegio. Potranno anche configurarsi come iniziative di gruppo interne (una sorta di “peer education” tra adulti, opzione meno costosa per lo Stato).

Da tale pacchetto orario sono escluse ovviamente le ore di formazione sulla sicurezza (previste dall’attuale normativa).

- Interventi di formazione su temi di “servizio” alla società (prevenzione delle dipendenze: alcool, gioco d’azzardo, tabagismo, droga; educazione alla salute, educazione alimentare, educazione alla legalità, educazione stradale e tutto quello che di volta in volta si affida alla scuola), invece, andranno retribuite a parte e saranno proposte anche alle famiglie, la cui responsabilità in ambito educativo dovrebbe essere maggiormente sollecitata.

- l’apertura estiva

Come per l’apertura pomeridiana della scuola, se proprio si desidera andare incontro alle esigenze delle famiglie che vogliono trovare un luogo di accoglienza per i propri figli, la sola soluzione è quella di coinvolgere i Comitati dei genitori, che potrebbero anche organizzarsi in modo da fornire il servizio in una sola sede per ottimizzare le risorse.

Naturalmente ciò non esclude che i docenti disponibili possano essere propositivi in tal senso, offrendo qualche iniziativa specifica, rispettosa della loro professionalità.

- i corsi di recupero extracurricolari.

Premettiamo che la necessità nasce a causa dell’attuale normativa (Decreto Fioroni), sulla cui efficacia nutriamo da tempo qualche dubbio. Essa sottintende il principio che dell’insuccesso scolastico sono responsabili principalmente e indefinitamente solo i docenti: ne consegue inevitabilmente la deresponsabilizzazione degli studenti. È stata davvero una buona scelta educativa, sulla lunga durata?

Ancora una volta, tuttavia, cerchiamo di suggerire una strada che consenta di garantire le iniziative di recupero insieme a un risparmio per lo Stato.

I corsi di recupero devono essere retribuiti necessariamente come attività aggiuntive: l’impegno è superiore rispetto all’attività ordinaria e non coinvolge tutte le discipline.

Inoltre, per esperienza, è sufficiente un ristretto gruppo di docenti per provvedere a tali corsi, che potrebbero essere organizzati in una rete di scuole, in modo da ottimizzare le risorse dedicate (al cui azzeramento, ripetiamo, siamo contrari).

Proponiamo che siano interamente a carico dello Stato i corsi destinati agli studenti in età di obbligo scolastico.

Per quanto riguarda gli studenti fuori dall’obbligo scolastico, i corsi non siano obbligatori, ma organizzati dalla scuola su richiesta dell’utenza: in questo caso l’onere potrebbe essere suddiviso tra lo Stato e le famiglie che usufruiscono del servizio. Considerati i costi di ogni ora di corso di recupero (50€ lordi), se lo Stato contribuisse per 20€, ipotizzando gruppi di 10 studenti e pacchetti di 10 ore, ogni famiglia si accollerebbe una spesa di 30 € a corso. Cifra piuttosto modesta e corrispondente a due ricariche mensili di un telefonino.

A tale servizio se ne potrebbe affiancare un altro: nell’ambito medico è consentito l’esercizio della libera professione al di fuori del proprio orario di servizio (prestazioni intramoenia).

Allo stesso modo un docente abilitato potrebbe rendersi disponibile presso le varie strutture scolastiche per offrire lezioni o consulenze individuali, secondo un tariffario concordato.

Questa soluzione (escludendo che tale attività possa essere proposta ai propri alunni) consentirebbe:

- una maggiore diffusione nel territorio (come le prestazioni mediche intramoenia extramurarie): per esempio, il docente è titolare in un liceo di Brescia, ma potrà fornire queste prestazioni aggiuntive in un’altra struttura scolastica.

- un’entrata per la scuola coinvolta (una parte della tariffa verrebbe incamerata dalla scuola che rende disponibili locali e strumenti)

- un’entrata per lo Stato, perché naturalmente tutto si svolgerebbe sotto il controllo del fisco.

E, finalmente, la professione docente uscirebbe da una condizione di clandestinità.

- Valutazione del sistema scolastico e degli insegnanti

Volendo a tutti i costi mantenere il discutibile sistema dell’Invalsi, esso va organizzato diversamente. Se si chiede agli insegnanti di provvedere alla tabulazione (per ogni classe vengono investite tra le 12 e le 16 ore di lavoro), è ovvio che l’accusa di cheating deve essere esclusa.

Accanto alle discutibili prove Invalsi, però, bisogna elaborare anche altri strumenti, in modo che si possano incrociare i dati con le suddette prove.

Nella proposta che circola in questi giorni pare che tutto debba essere nelle mani dei Dirigenti, della cui onniscienza pluridisciplinare e adamantina trasparenza non ci permettiamo di discutere.

Però ci parrebbe corretto che ci fossero dei criteri precisi e il più possibile oggettivi relativamente alla valutazione: che cosa si vuole dagli insegnanti?

L’insegnante “ordinario”, per esempio sarà puntuale relativamente al proprio orario e ai propri impegni di servizio, svolgerà regolarmente il programma, correggerà e consegnerà le verifiche nei tempi previsti, gestirà correttamente il registro.

Questi sono elementi che un Dirigente può verificare in modo oggettivo, avendo oggi la possibilità di accedere quotidianamente ai registri elettronici.

Il docente coinvolto anche in altre attività, a cui destinare risorse aggiuntive, verrà valutato anche secondo la sua partecipazione a varie commissioni, la sua capacità organizzativa e di interazione con il territorio ecc.

La partecipazione di alunni e genitori alla valutazione è cosa più insidiosa, perché esistono discipline per propria natura più o meno “severe” che possono condizionare la valutazione dei docenti che le insegnano e sarebbe pericolosissimo incentivare una pratica di sotterranei accordi: io gratifico te, tu gratifichi me.

Tuttavia anche in questo caso c’è forse qualche strada percorribile, utilizzando criteri oggettivi: puntualità nello svolgimento del lavoro, chiarezza nelle indicazioni e nella valutazione.

Per quanto riguarda le competenze disciplinari del docente, è difficile dare suggerimenti. Chi scrive, del resto, ha vinto più di un concorso: se lo Stato non è in grado di accertare le competenze dei propri dipendenti, figuriamoci se può farlo uno studente.

§ Prima di concludere, ricordiamo che nel novembre del 2012 avevamo contestato con forza le norme volute volute dall’allora Ministro Profumo e contenute nel DDL di stabilità (governo Monti), per i seguenti motivi:
la negazione del nostro lavoro sommerso e dei sacrifici economici fino a quel momento sopportati dalla scuola, l’unilaterale abrogazione delle norme del Contratto Nazionale, la prospettiva del licenziamento di migliaia di persone, la diffusione di un’immagine infamante e mortificante dei docenti italiani.

In quella circostanza, avevamo avuto l’appoggio di una parte politica che è ora al Governo: possiamo essere fiduciosi che ci venga dato ascolto anche oggi?

Osservazioni conclusive

Non ci sembra corretto che, dopo il congelamento degli scatti e il blocco dei contratti, si progetti un aumento di ore e di stipendio, se non si sono prima ristabilite le condizioni previste dai contratti precedenti e non si è recuperata la perdita di potere d'acquisto.

Certo, comprendiamo che l’opinione pubblica apprezzerebbe enormemente avere un surplus di servizi senza spesa. Tuttavia anche a noi piacerebbe usufruire di servizi gratuiti in molti campi, ma non crediamo che lo Stato obbligherà per legge i relativi operatori a provvedere gratuitamente, come invece insiste a fare con noi, cittadini e lavoratori di serie B.

Come ricordavamo nel documento che abbiamo inviato nel marzo di quest’anno, lo Stato è in debito di centinaia di migliaia di euro nei confronti delle scuole: tutto lavoro che abbiamo già svolto e che non ci è stato pagato.

Siamo in credito da anni, ma la proposta che viene attribuita al governo risultererebbe ancora una volta insultante e punitiva, soprattutto perché elaborata da chi dovrebbe avere a cuore l’aspetto culturale dell’istruzione.

Certo, se ci fosse qualche docente abituato a non lavorare, potrebbe essere soddisfatto di questa proposta: tra non lavorare 18 ore e non lavorare 36 ore in cambio di un simbolico aumento di stipendio, è sicuramente migliore questa seconda opzione

Brescia, 11 luglio 2014

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