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La rivendicazione di Valditara e noi: contro ogni autonomia differenziata

Il Capo del Dipartimento Formazione Superiore e Ricerca del MIUR porta alla luce la sua impostazione e rivendica la turbo-autonomia differenziata. Come FLC CGIL, ieri come oggi ci impegniamo per una profonda discontinuità nelle politiche universitarie e per difendere il sistema nazionale universitario.

01/10/2019
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Pochi mesi fa (era il maggio 2019) il sito Roars pubblicò una bozza riservata di DM che il MIUR aveva trasmesso alla CRUI per un parere. Si trattava di un progetto di DM con cui si dava attuazione all’art.1 comma 2 della Legge Gelmini, che prevedeva la possibilità per le “università virtuose” di sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi: tra le altre cose, si concedeva a questi pochi Atenei amplissimi gradi di libertà nel rapporto di lavoro con i docenti (permettendogli la definizione individuale e variabile di stipendi e carichi di lavoro) e nell’offerta didattica (permettendogli di forzare le classi di laurea previste dalla normativa). Come FLC CGIL definimmo subito questo progetto come una sorta di “turbo-autonomia differenziata per le università”, denunciando che avrebbe stravolto ciò che rimane dell’unitarietà del sistema universitario nazionale, già fortemente messa in discussione da un lungo periodo di tagli e politiche sbagliate.

Il calo di fondi e investimenti nell’ultimo decennio (più di 5 miliardi di euro solo nel FFO), accompagnato dalla ripartizione asimmetrica delle risorse fra sedi e territori (quota premiale del FFO in crescita, dipartimenti di eccellenza e DL 49/2012 che ha redistribuito in maniera sperequata i punti organico per le assunzioni) ha infatti aumentato gli squilibri tra le università, nell’ambito dell’autonomia competitiva impostata dalla legge 240/2010. Intere aree del paese, prevalentemente quelle meridionali, hanno visto fortemente indebolire i propri insediamenti, ridursi l’offerta formativa e le attività di ricerca. L’ulteriore disarticolazione del sistema, permettendo nuove e significative autonomie solo ad alcuni Atenei, renderebbe allora ancor più eclatanti le differenze di opportunità tra le diverse sedi relativamente al personale, ai finanziamenti, all’offerta formativa. Particolarmente poi se i criteri per selezionare questi atenei differenziati sono schiacciati nel valorizzare alcuni particolari parametri, strettamente connessi al quadro sociale e produttivo di riferimento. Nell’angosciosa ricerca di sviluppare (pseudo)eccellenze per la competizione internazionale, si determinerebbe così un’ulteriore penalizzazione di alcuni, con un effetto di complessivo degrado dell’insieme del nostro sistema universitario, della nostra economia e della nostra società (a partire, come negli ultimi dieci anni, dalla progressiva discesa dell’Italia nei confronti internazionali sul tasso di laureati sotto i 35 anni).

Pochi giorni dopo la pubblicazione della bozza riservata, il Prof. Valditara, in qualità di Capo del Dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca del MIUR chiese una rettifica al sito di Roars, in cui sosteneva che “il documento, veicolato  riservatamente al Presidente della CRUI per un primo parere informale.., è semplicemente una prima bozza elaborata da un gruppo di lavoro”. Si trattava quindi, implicava Valditara nella sua rettifica, di una fuga in avanti da parte di altri dirigenti del ministero e che “solo al termine di una ampia consultazione il documento sarà da me personalmente licenziato nella bozza conclusiva e verrà poi inviato al Gabinetto e quindi sottoposto al Ministro per il suo definitivo e decisivo parere”. Una rettifica che, in ogni caso, nella sua parte conclusiva rivendicava comunque una precisa direzione: “Anziché dunque fare polemica “politica” e strumentale sarebbe auspicabile da tutti un contributo serio e costruttivo che abbia il fine di realizzare un forte grado di autonomia per il più ampio numero di realtà accademiche. L’unico atteggiamento che non sarà considerato sarà quello di immobilismo e di un vecchio centralismo burocratico- ministeriale che non è più compatibile con le esigenze di dinamismo e di rapidità delle decisioni”. Cioè, al di là di tutto, venive rivendicato sia l’obbiettivo di affidare ad alcuni atenei (pochi o tanti che siano) un grado di autonomia maggiore che ad altri e chiunque non fosse stato d’accordo veniva accusato di centralismo burocratico ministeriale!

Pochi giorni fa, a tre settimane di distanza dalla nascita del governo Conte bis (che, incidentalmente vede la sostituzione del ministro Bussetti con il suo ex sottosegretario Fioramonti), il numero 4/2019 (numero speciale!) della rivista “Federalismi”, pubblica in data 27 settembre, un articolo di Giuseppe Valditara dal titolo “Le Università come Anchor Institutions: le opportunità dell’autonomia funzionale differenziata”. Diversi gli aspetti di questo testo che ci colpiscono, anche solo ad una prima e veloce lettura.

L’articolo è aperto da un ampio preambolo, in cui il Professore Ordinario di Diritto romano utilizza citazioni dal dibattito del 1947 in Assemblea Costituente per giustificare senso e costituzionalità dell’autonomia differenziata tra gli Atenei e anche del particolare strumento della decretazione per istituirla. Cioè, al fondo, giustifica sulla base del dibattito costituzionale quell’Art. 1, comma 2 della legge 240/2010 (la “legge Gelmini”), di cui lo stesso Valditara fu relatore (e di cui rivendica esplicitamente la paternità dell’emendamento che lo prevedeva, confermando “in via di interpretazione autentica che proprio questa ampia libertà organizzativa e funzionale, coerente con lo spirito del Costituente, stava alla base di questa che appare una riforma radicale del nostro sistema universitario”).

Un preambolo funzionale a rilanciare (a quasi dieci anni dall’approvazione della “Gelmini”) “un modello di articolato” di questa autonomia differenziata, che altro non è se non la bozza di qualche mese fa, oggi recuperata e rivendicata nella sua interezza (quasi parola per parola e virgola per virgola).

Nel modello proposto in realtà emergono anche elementi nuovi, di dettaglio ma non trascurabili (che forse per pudore erano stati omessi nella bozza a suo tempo trasmessa alla CRUI). Ad esempio, alla voce H degli ambiti per cui gli Atenei possono derogare alla legge, si prevede “la possibilità di disciplinare in modo autonomo le società di spin off, anche in relazione alle modalità di selezione dei soci, nonché possibilità di prevedere condizioni particolari per gli studenti imprenditori”. Il che, se non fosse chiaro, viene spiegato dallo stesso Valditara successivamente come la “possibilità di derogare ai vincoli posti per le amministrazioni pubbliche fra controllata e controllante per quanto riguarda ai rapporti fra università e società di diritto privato finalizzate alla valorizzazione della ricerca, della terza missione e della creazione d'impresa, anche in merito alla libertà di scelta dei soci degli spin off”. Nella parte finale dell’articolo si richiama poi come “Questo livello di autonomia, che dovrebbe essere accompagnato dalla approvazione di leggi di ulteriore semplificazione del sistema come l'abolizione integrale dell'obbligo del ricorso al Mepa o come la possibilità di seguire contemporaneamente due diversi corsi di laurea, o come la liberalizzazione integrale delle consulenze, avrebbe certamente l'effetto di rendere l'università un potente centro moltiplicatore dello sviluppo del territorio”.

Ci pare evidente come Valditara si senta ormai libero da vincoli di responsabilità connessi al suo ruolo al Ministero sotto la gestione Bussetti e proceda a ruota libera, inserendosi senza freni nella discussione sull’autonomia differenziata: “Immaginare un siffatto percorso di autonomia significa consentire alle singole università di sviluppare al massimo le proprie potenzialità”, concludendo infine che “Un percorso di autonomia responsabile è dunque decisivo per fare di un ateneo una grande opportunità di crescita e di sviluppo economico”.

Si rivendica quindi a tutto tondo la logica neoliberista dell’eliminazione dei lacci e lacciuoli, che impedirebbero agli enti pubblici di dispiegare le loro magnifiche sorti e progressive. Crediamo cioè vada sottolineato anche un altro messaggio contenuto nell’articolo, in particolare nella prima parte, in cui si richiamano elementi del dibattito nella fase Costituente. Nella ricostruzione di Valditara si ricorda come i vincoli di legge all’autonomia venissero posti nel dettato Costituzionale a seguito degli interventi del socialista Giua e del “marxista-latinista” Concetto Marchesi: è l’asse social-comunista che si è allora posto a freno della libera iniziativa degli Atenei! Oramai che questa impostazione è espunta dal quadro politico contingente, possiamo allora espungerne anche i conseguenti freni all’autonomia degli Atenei. E in questo quadro, ci si permetta la malizia di osservare come l’uso delle citazioni di Valditara gli consenta anche di sottolineare le parole di alcuni dei Costituenti, come quelle del democristiano Colonnetti, quando auspicava che allo Stato dovrebbe rimanere solo “il diritto di disciplinare l'esercizio delle professioni attraverso il conferimento dei relativi diplomi di abilitazione”. Cioè permette di dischiudere le porte, in questa liberazione dai lacci e laccioli imposti nella Costituzione dalla tradizione social-comunista, anche all’abolizione del valore legale del titolo di studio, obiettivo peraltro già da diversi anni nelle agende programmatiche di diversi soggetti sociali e di alcune forze politiche (a partire dalla Lega).

Questa è stata l’impostazione che per un anno ha governato il MIUR e le sue mosse. Questa impostazione l’abbiamo contrastata e combattuta, sin dal suo emergere. E possiamo dire che la stessa bozza Valditara (oggi possiamo dire non più cosiddetta) ha sollevato tante e tale contrarietà, che su di essa si è subito dovuto fare un passo indietro. Un passo indietro che, con la caduta del governo, non si è per fortuna più potuto recuperare.

Oggi viene esplicitata in questo articolo, con chiarezza e organicità, un’impostazione, una richiesta, una spinta che però va ben oltre la figura dell’attuale Capo dipartimento del MIUR. Come è stato reso evidente, del resto, da alcune recenti dichiarazioni da parte di diversi rettori meneghini, di atenei pubblici e privati, sulla richiesta di maggior flessibilizzazione degli Atenei o sulla chiamata diretta dei docenti (con la relativa implicita messa in discussione con una sua generalizzazione del ruolo pubblico di Atenei e dello statuto giuridico della docenza universitaria, stante il vincolo costituzionale dei concorsi per l’assunzione dei dipendenti pubblici).

Come FLC CGIL ci siamo opposti la scorsa primavera ai contenuti ed alle tendenze delineate dalla bozza Valditara. Ci impegniamo conseguentemente oggi per una discontinuità nelle politiche universitarie: cioè per garantire immediate nuove risorse all’università e la ricerca, per espandere gli Atenei tornando a livelli europei, per stabilizzare il precariato, per ridurre le divergenze tra gli Atenei. Ci impegniamo cioè per salvaguardare sempre il carattere Nazionale del Sistema Universitario. L’autonomia delle Università in questo paese si è infatti sviluppata (proprio a partire dal dibattito costituzionale) nel quadro di parametri nazionali che ne definiscono l’offerta formativa (ordinamenti didattici, requisiti minimi, ecc) e l’inquadramento di coloro che svolgono attività didattica e di ricerca (stato giuridico pubblico del personale di ruolo, definizione per legge delle figure precarie, percorsi di reclutamento e concorsi). Parametri vigenti in tutti gli Atenei (siano essi pubblici o privati), vigilati dal MIUR e dagli organismi nazionali universitari (a partire dal CUN). Sono questi elementi che garantiscano il ruolo pubblico di tutte le Università (con il loro stretto intreccio tra didattica e ricerca), che consentono la libertà di insegnamento e di ricerca in tutti gli Atenei (indipendentemente dalla loro configurazione e dai loro Statuti). La salvaguardia di questo sistema, a partire dalla garanzia di erogare un Fondo di Finanziamento sufficiente per le esigenze di tutti, è allora garanzia della funzione sociale di tutte le Università, di un loro standard qualitativo omogeneo e quindi anche della coesione sociale in questo paese. Come, in questo quadro, è importante garantire e rilanciare il ruolo del CUN, rivedendone ruolo e competenze in grado di riassegnare a quest’organo un ruolo centrale di governo del sistema universitario. Qualunque intervento dovrà quindi guardare sempre all’insieme del sistema universitario nazionale ed alla sua salvaguardia. Ed anche per questo, sarà importante che qualunque nuovo intervento avvenga guardando ad una logica di sistema e con una prospettiva generale di funzionamento dell’Università, evitando di produrre innovazioni e cambiamenti in questo o quel decreto, in questa o quella legge occasionali, in cui come negli ultimi trent’anni sono modificati aspetti didattici, dell’inquadramento del personale, del processo di reclutamento, dei meccanismi di finanziamento degli Atenei, spesso senza nessun modello generale e anzi, talvolta in contraddizione con altri principi e dispositivi dell’università.