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Indagine sul precariato universitario: “Stesso lavoro, stessi diritti. Perché Noi NO?”

La ricerca è stata realizzata per la FLC CGIL da Barbara Grüning e Tito Russo.

04/11/2018
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Negli ultimi dieci anni dopo il blocco del turn over (2008) e l’approvazione della Legge Gelmini (n. 240/2010) il precariato accademico ha visto una crescita costante, con alcune intermittenze, a fronte di un calo di oltre 25.000 unità del personale strutturato, già sotto-misura rispetto ai livelli europei, soprattutto rispetto al rapporto docenti-studenti, pur essendo in Italia, il numero dei laureati esiguo, come evidenziano anche i rapporti “Education at a Glance” degli ultimi anni.

Il rapporto completo della ricerca

A dicembre 2017 - contando docenti a contratto, assegnisti di ricerca, RTD junior e collaboratori di ricerca (dati Miur/Ustat) - oltre il 55% della popolazione accademica è composta da precari senza prospettive di carriera. Gli RTD senior, la nuova forma di reclutamento introdotta dalla Gelmini, costituiscono invece appena il 2%. È evidente, che anche le misure “straordinarie di reclutamento” elargite una tantum (nel 2015 e nel 2017 e programmati ora per il 2018) non sono sufficienti a far ripartire un sistema che poggia su del lavoro mal retribuito, privo di forza contrattuale e di tutele adeguate. Il problema è di fatto strutturale e lo mettono in evidenza due importanti fattori. Il primo è che la maggioranza delle donne che lavora all’università ha contratti di tipo co.co.co. o a prestazione autonoma, soprattutto nelle fasce d’età sotto i 40 anni. Detto altrimenti sembra sia più facile per gli uomini di tentare o restare nel mondo accademico in condizioni di precariato lavorativo. Il secondo è che la popolazione accademica invecchia: fino al 2005 ci si inseriva ancora nel percorso accademico in posizioni a tempo indeterminato sotto i 35 anni. I dati del Miur ci mostrano che al 2017 invece gli under 35 oggi sono o precari doc o al più, ma in esiguo numero, hanno un tempo determinato (più junior che senior). Come detto, la popolazione accademica invecchia e invecchia male. Se à la carte è cambiata la forma d’accesso all’università, il punto è che ciò capita troppo tardi e per troppe poche persone. Il blocco del turn over ha incrementato in tale misura le riserve del precariato storico che la gran parte dei nuovi ricercatori a tempo determinato ha oltre 35 anni. Non solo: nel corso di oltre 10 anni è aumentato anche il numero dei ricercatori con contratti co.co.co. che han superato ampiamente il cammin di mezza vita.

Se guardiamo infine alla distribuzione geografica del precariato sono principalmente gli atenei del nord, anche quelli considerati virtuosi come Bologna, dove le sacche del precariato sono più profonde. Sono probabilmente anche quelli in cui, a differenza degli atenei più piccoli, soprattutto se al centro-sud, è più facile reperire dei fondi seppur limitati per assegni o borse di ricerca che consentono di portare avanti una fetta importante della ricerca e sostenere così la propria virtuosità, aumentando paradossalmente il divario tra nord e sud sulle spalle dei precari.