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Riflessioni dell'on. Nando dalla Chiesa sull'iter del ddl che istituisce la terza fascia del ruolo dei professori universitari

Abbiamo ricevuto dall'on. Nando dalla Chiesa una lunga lettera che illustra i convincimenti che lo hanno indotto a tenere l'atteggiamento che ha tenuto nel corso della discussione del disegno di legge ed a procedere alla raccolta di firme per il ritiro della sede deliberante alla VII Commissione che si accingeva a vararlo definitivamente.

03/02/2000
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Abbiamo ricevuto dall'on. Nando dalla Chiesa una lunga lettera che illustra i convincimenti che lo hanno indotto a tenere l'atteggiamento che ha tenuto nel corso della discussione del disegno di legge ed a procedere alla raccolta di firme per il ritiro della sede deliberante alla VII Commissione che si accingeva a vararlo definitivamente.

È ben noto quel che si è verificato come diretta conseguenza di quest'ultima iniziativa: nessun passaggio all'Aula, accorpamento del ddl a quello di riforma complessiva dello stato giuridico dei docenti. In definitiva, il suo affossamento.

Come si dice a sud del Garigliano, non è che ci volesse la zingara per prevederlo.

In ogni caso, siamo lieti di ospitare le riflessioni che seguono.

Avendo ricevuto molte lettere e molti messaggi critici per la posizione che ho assunto sulla vicenda dei ricercatori universitari, mi preme proporre alcuni chiarimenti a tutti gli interessati.

1) Mi assumo anzitutto la responsabilità delle posizioni espresse in Commissione e anche della scelta di portare in Aula il provvedimento cosiddetto della "terza fascia". Non mi posso, né intendo assumere invece la responsabilità delle posizioni non assunte e che con una certa spregiudicatezza e disinvoltura mi sono state frequentemente attribuite.

2 ) In generale. Non condivido per principio alcuna forma di sanatoria o di ope legis. Penso che le forze politiche che, governando in questo modo il Paese, ne hanno varate o accettate a centinaia abbiano procurato il dissesto della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi, umiliato il pur fallibile principio del merito, promosso una intollerabile cultura corporativa e dei favori. Lo ho pensato e scritto quando ero all'opposizione, non posso (credo) cambiare opinione quando vado al governo. Alcuni miei colleghi, anch'essi neofiti di governo, hanno cercato di "glissare" il problema argomentando, in questi e altri casi, che non di "ope legis" si tratti ma di "atto dovuto". Sono funambolismi verbali inaccettabili. Se si rilascia un titolo accademico "in forza di legge" (e in effetti non per nulla qui si voleva lalegge) il titolo è ottenuto -davvero non si scappa- "ope legis". La norma preesistente rinviava a una futura sistemazione del problema dei ricercatori(questo era l'atto dovuto); non certo a una forma specifica di sistemazione (rinviata, come è evidente, ai criteri di equità generale fissati dal futuro legislatore).
Di più. Il ferreo accordo politico-sindacale raggiunto sulla trasformazione in "professori" universitari, comunque denominati, di tutti i ricercatori, aveva (ha) in sé tutti i vizi del nostro modo di fare sindacato ma anche di fare parlamento. Voglio dire che non condivido affatto l'uso del parlamento come via surrettizia per far vincere, grazie ai partiti amici e con pochissimi costi, le proprie rivendicazioni sindacali nel pubblico impiego. E non lo condivido sia perchè il parlamento non è la Camera delle corporazioni sia perchè questa pratica ingenera distorsioni inaccettabili rispetto al sindacalismo e ai dipendenti del settore privato e rispetto al sistema generale delle opportunità e delle compatibilità.

3) Nel merito. Io concordo, e l'ho detto più volte, sul fatto che molti ricercatori svolgano ormai una funzione pienamente docente. Non sono cieco e vedo che è così in molte università e da molto tempo. E so che molti di questi colleghi hanno titoli scientifici e spessore didattico per vedersi riconosciuto il titolo di professore. Ma se l'argomento addotto a sostegno della legge in questione è che "molti ricercatori svolgono già funzione docente", perchè non riconoscere -conseguentemente- il titolo di professore a chi svolge appunto questa funzione? Perchè pretendere di estenderlo a tutti indistintamente senza valutazioni?
Perciò ho proposto un emendamento (a mio avviso ragionevolissimo) che accoglieva proprio la ratio delle richieste che venivano dalle rappresentanze sindacali dei ricercatori. Questo emendamento prevedeva che il titolo venisse riconosciuto ai ricercatori saltando eccezionalmente il momento concorsuale e le sue alee: e stabilendo che il riconoscimento venisse dalle facoltà in base ai titoli scientifici e ad alcuni parametri, quali le supplenze, i contratti di docenza ma anche le attività di formazione specialistica tenute in università Era una proposta a maglie larghe. Chiunque avesse svolto davvero la funzione docente, ma anche altri che, pur meritevole, non avesse avuto modo diottenere affidamenti e supplenze, vi sarebbe rientrato. Sarebbe bastato ragionare, lavorare su quell'emendamento, punto di incontro per tutti, e la legge sarebbe già passata. No, si voleva ferreamente fare passare tutti. Anche coloro che non leggono libri da anni (ci sono pure quelli, o no?), anche coloro che fanno solo la loro professione esterna e che nessuno riesce a portare in università nemmeno a fare gli esami. Tutti. Sarebbe bastato un pò più di buon senso e un pò più di rispetto per l'università (anziché tanta fiducia nei puri rapporti di forza) per chiudere rapidamente la vicenda. Di chi la colpa?
So che a questo punto scattano due obiezioni fisse. La prima: anche tanti ordinari non si vedono in università o non leggono libri. Certo, so anche questo. Ma il mio dovere, come legislatore, è di evitare sconci e ingiustizie. Non di aggiungere un'ingiustizia a un'altra, in una micidiale logica cumulativa. Se nell'attuale discussione sullo stato giuridico dei docenti io non sostenessi la necessità di verifiche di qualità e di serietà anche per gli ordinari, allora sì che si avrebbe diritto di rimproverarmi. Ma certo la mia posizione non sarà quella. Seconda obiezione: quante storie, si dice,in fondo "è solo un cambiamento di nome". Qui siamo di nuovo alla filosofia dell'"atto dovuto", ossia ai contorsionismi verbali. In tutto il mondo civile il titolo di "professore universitario" viene rilasciato in presenza di requisiti particolari. Esso è garanzia di competenza elevata, e se la garanzia viene generalmente rispettata, ne deriva un alto credito dell'università come istituzione, cosa che sta a cuore a tutti noi, specie per l'università pubblica. Non solo; questo titolo è anche è socialmente caricato di un consistente prestigio, un prestigio non solo immateriale, visto che si traduce anche in forti vantaggi in tante attività Per l'architetto, l'ingegnere, l'avvocato, il commercialista, il medico, tanto per fare degli esempi, il potersi fregiare del titolo di professore universitario significa -non lo sappiamo?- innalzamento ragguardevole delle proprie"capacità di mercato". Quale "cambiamento di nome" dunque?! Qui c'è un passaggio di status deciso per legge, con alterazione indebita dello stesso mercato delle professioni.
Tralascio per ragioni di tempo (e per evidenza dello scandalo) di intrattenermi sull'idea, totalmente interna alla legge arrivata dal Senato, che di ope legis in ope legis un tecnico laureato potesse diventare ricercatore prima, poi professore di terza fascia e infine professore associato (vedere l'originale articolato legislativo) senza mai -ribadisco: mai- passare perun esame.

4) In concreto. Non ho in alcun caso mosso obiezioni al principio di allargare ai ricercatori la partecipazione democratica in università. Questo risulta più volte a verbale. Così come non ho inteso usare la partecipazione ai lavori per avvantaggiare la mia categoria accademica di più stretta appartenenza (ammesso e non concesso che questi debbano essere i criteri di identificazione più idonei del ruolo svolto da ciascuno in università). Prova ne sia che, pur essendo un professore associato, ho presentato un emendamento contrario all'ottenimento di vantaggi funzionali per i professori associati, vantaggi introdotti impropriamente nella legge; e che per questo sono stato privatamente criticato da qualche collega.

5) Infine. Vengo rimproverato di avere raccolto le firme per portare in Aula il provvedimento dopo avere condottola discussione in Commissione. A parte che ognuno è libero di raccogliere le firme in qualsiasi momento, capisco l'obiezione sul piano sostanziale. E dunque mi spiego. Ritenevo che il lavorare in Commissione in sede legislativa avrebbe favorito, proprio perché non ci sarebbe stato il"secondo grado" dell'Aula, una maggiore disponibilità a capire la sensatezza delle ragioni dell'opposizione e a trovare ragionevoli punti di incontro. Il che non è accaduto. Ma non solo. Mi sono reso conto sempre più chiaramente, man mano che la discussione procedeva, che il provvedimento,nelle coscienze dei deputati, non aveva affatto la maggioranza. Mi sono accorto (bastava guardarle alcune facce durante le votazioni) che la maggioranza c'era solo in termini di disciplina di partito. E che la legislativa in Commissione era stata chiesta non (o non solo) per fare più in fretta ma soprattutto per blindare la maggioranza, tenendo la discussione ben al riparo dell'opinione pubblica e tutta dentro il recinto delle obbedienze gerarchiche. E d'altronde: quando mai si era vista una manifestazione sindacale nazionale per ottenere che si discutesse in legislativa in commissione un provvedimento? Eppure proprio questo abbiamo visto. Anomalia indicativa. Sono stato accusato di "non avere senso dello Stato" da qualcuno che probabilmente vede lo Stato come maggiordomo delle corporazioni. Ma è democratico far passare a colpi di disciplina di partito un provvedimento? O il senso dello Stato porta a preoccuparsi in primo luogo-anziché dei desideri di una categoria- dell'interesse generale e della limpidezza dei procedimenti con cui il legislatore matura le proprie convinzioni e le proprie maggioranze?

Questo mi interessava precisare. Credo che molti ricercatori avessero diritto a conoscere la veridicità delle posizioni assunte. E prego chi lo vorrà di aiutarmi a farla conoscere anche ad altri. Colgo l'occasione per scusarmi se non sono riuscito a rispondere tempestivamente a molti interlocutori.

Nando dalla Chiesa