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Sulle risorse per l’Università tutto come prima: si riducono i finanziamenti strutturali e cresce la quota premiale agli Atenei

Nella bozza di FFO niente risorse aggiuntive, se non quelle previste da disposizioni obbligatorie temporalmente limitate.

23/07/2018
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Nella bozza di decreto sui criteri di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università statali non c’è nessuna inversione di tendenza rispetto alle precedenti politiche sui finanziamenti alle università statali.

Il FFO complessivamente si colloca intorno ai 7,3 miliardi di euro. Cresce di circa 345 milioni rispetto allo scorso anno (+4,9%) solo perché contiene tra l’altro:

  • 271 milioni di euro per il finanziamento dei cosiddetti “dipartimenti di eccellenza”;
  • 50 milioni di euro a titolo di parziale compensazione del blocco degli scatti stipendiali dei docenti;
  • 105 milioni di euro per compensare l’ampliamento della no tax area per le contribuzioni studentesche.

Tutti questi interventi sono finalizzati a finanziare totalmente o parzialmente specifiche iniziative previste da provvedimenti legislativi, temporalmente limitate e quindi non strutturali. Gli Atenei, inoltre, dovranno far fronte con il proprio bilancio anche al rinnovo del CCNL del personale tecnico e amministrativo (e dal 2019 anche agli aumenti per il personale docente e ricercatore). Quindi le risorse strutturali a disposizione degli atenei sono di fatto diminuite e cala in particolare la quota base di finanziamento (che si riduce al 60% del FFO, dal 72% di quattro anni fa), arrivando intorno ai 4 miliardi e 400 milioni di euro (165 milioni di euro in meno del 2017, circa il 4%).

Quasi 3 miliardi (2,950) sono attribuiti sulla base dei finanziamenti dell’anno precedente (nel FFO 2017 erano più di 3,2 miliardi, con una diminuzione quindi di circa 260 milioni di euro, pari a quasi il 9% in meno per questa voce).

La quota ripartita secondo il criterio del cosiddetto “costo standard di formazione studente” aumenta invece da quasi 1,3 a quasi 1,4 miliardi di euro (circa 95 milioni di euro in più, +8% della voce), passando dal 28,6% al 31,9% della quota base.

Questo aumento sembra essere applicato con una contemporanea variazione dei parametri di calcolo che ne sbilancerebbero la ripartizione a favore dei grandi Atenei, favorendo quindi le realtà più forti e già premiate anche da altri indicatori relativi alla ricerca.

Continua quindi a crescere la percentuale delle risorse destinate alla cosiddetta premialità che raggiunge quasi un miliardo e 700 milioni di euro (158 milioni in più dello scorso anno, ben 11% in più nei fondi su questa voce, pari a circa il 24% delle risorse disponibili contro il 22% dello scorso anno), al netto dei dipartimenti di eccellenza (sommando i quali si raggiunge quasi il 30% delle risorse complessive).

Come lo scorso anno, questa premialità è distribuita utilizzando i risultati della Valutazione della qualità della ricerca (VQR 2011-2014), le politiche di reclutamento (VQR dei soggetti reclutati dalle Università), la cosiddetta “valorizzazione dell’autonomia responsabile” (risultati su due parametri individuati dai singoli atenei in relazione a ricerca, didattica e internazionalizzazione), con gli stessi pesi dello scorso anno (rispettivamente 60%, 20% e 20%).

Come sempre questa quota non è aggiuntiva, come continuiamo a ripetere dovrebbe essere, ma ritagliata dalla stessa e sempre più corta coperta. L’Italia infatti è uno dei pochi paesi a sviluppo avanzato, se non l’unico, che nel decennio successivo alla crisi ha tagliato il finanziamento di università e ricerca di più di un miliardo di euro. In questo quadro appaiono per ora tutte smentite le affermazioni sull’urgenza e la centralità degli investimenti in istruzione e ricerca.

Eppure tutti gli studi, a partire dall’ultimo rapporto SVIMEZ, mostrano come le Università statali in questi ultimi 10 anni abbiano perso risorse, organici, studenti e ridotto l’offerta formativa con l’unico incremento visibile che è quello della crescita del personale precario. Per non parlare del trattamento economico che vede il personale tecnico – amministrativo con la retribuzione più bassa di tutto il resto del pubblico impiego, i lettori/CEL pagati in maniera assurdamente diversa a seconda di dove si trovino a lavorare e i docenti, con retribuzioni iniziali al di sotto della media europea, che hanno visto anche cancellato il riconoscimento giuridico degli anni di blocco stipendiale e a cui i governi con una mano tolgono e con l’altra cercano, senza riuscirvi, di riparare.

Serve quindi un rilancio del sistema universitario pubblico, con una ripresa stabile dei finanziamenti e con un intervento normativo volto a superare le tante contraddizioni prodotte dalla Legge 240/2010 e dai successivi interventi legislativi.

Serve superare la logica delle eccellenze e garantire qualità della didattica, sviluppo della ricerca e diritto allo studio in tutte le sedi e aree del Paese. È ora di superare l’utilizzo ripetuto e generalizzato della VQR come criterio di distribuzione dei fondi: sia per le contraddizioni e i problemi nei suoi risultati, sia per le disuguaglianze e le divergenze che questo sistema introduce tra gli Atenei. Come è proprio ora di una radicale rivisitazione dell’ANVUR e delle sue funzioni.

Serve superare la precarizzazione del personale, riconoscendo finalmente stabilità e prospettive per tutti i lavoratori e le lavoratrici. Serve quindi un piano straordinario di stabilizzazioni e assunzioni (come da tempo proposto dalla FLC), garantire il recupero giuridico degli anni persi durante il blocco degli scatti per i docenti e ricercatori in ruolo e un rinnovo del CCNL che porti aumenti salariali in grado di recuperare maggiormente il potere di acquisto delle retribuzioni perso in questo decennio e che sancisca  il diritto alla carriera e alla valorizzazione dell’anzianità professionale e la piena disponibilità alla contrattazione del fondo per il salario accessorio.

Serve un ulteriore e radicale ampliamento del diritto allo studio, estendendo la no tax area nei contributi universitari, con un apposito finanziamento che non faccia pesare le mancate entrate sui bilanci degli atenei. Come serve incrementare il fondo integrativo statale per la concessione di borse di studio e adeguare l'importo delle borse concesse per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca.

Senza una inversione di tendenza sul finanziamento ordinario appare irrealizzabile qualsiasi progetto di rilancio del sistema nazionale universitario, accertato che, ormai da molti anni, in termini di risorse investite il nostro Paese si trova agli ultimissimi posti di qualsiasi raffronto a livello internazionale.

Non si può uscire dall’emergenza senza fermare il ricorso al lavoro precario, senza ripristinare gli organici falcidiati negli ultimi anni, senza riconoscere e valorizzate le professionalità del personale, senza investire seriamente nel diritto allo studio.

Non si può uscire dall’emergenza solo con le parole. Basta con i proclami che mai si traducono in fatti!