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Si è svolto a Roma il 28 febbraio 2017 il Convegno nazionale della FLC CGIL "La contrattazione nel comparto dell’Istruzione e Ricerca e relativa area dirigenziale".

Al centro dell’incontro la ripresa della stagione contrattuale nei settori pubblici a seguito dell’accordo del 30 novembre 2016, le problematiche della conoscenza, la delega per la riforma del testo unico sul rapporto di lavoro (dlgs 165/01).

A coordinare i lavori della mattinata è Renato Comanducci del centro nazionale FLC CGIL, il quale dichiara imprescindibile, per avviare una nuova stagione contrattuale, il ristabilire la preminenza del contratto sulle disposizioni introdotte per via legislativa e dunque superare la Legge Brunetta. Comanducci ritiene che dopo 8 anni di blocco dei contratti sia necessario fare un contratto non di routine ma un contratto con segnali forti ed innovativi. Siamo i più attrezzati dice, per affrontare la sfida del nuovo comparto unico perché siamo già una federazione che tiene insieme tutti i settori. Ma non possiamo esimerci dall’affrontare anche con umiltà questo rinnovo, perché le difficoltà sono e saranno tante. Inclusività dice Comanducci, sarà la cifra per capire se avremo fatto un contratto “buono”. Chi lavora con le varie forme di lavoro parasubordinato, chi lavora come co.co.co, chi lavora per delle cooperative è l’anello debole della nostra catena. Stiamo aprendo negli Atenei degli “sportelli precari”, afferma Comanducci, una gran bella iniziativa, da generalizzare.

Leggi l’intervento di Renato Comanducci

Per la Segretaria Nazionale Anna Maria Santoro il contratto stesso è uno strumento di democrazia, di inclusione e di partecipazione. Partecipazione che in questi anni i lavoratori di tutto il Paese hanno dimostrato di voler riacquistare, ad esempio in occasione del 4 dicembre scorso, quando con il loro voto hanno dichiarato prepotentemente di non voler rinunciare a quei diritti e a quei doveri per i quali i nostri padri costituenti si sono tanto battuti. Partecipazione sulla quale la FLC ha  sempre puntato, resistendo in questi anni all’opposizione del berlusconismo prima e del renzismo poi, e lavorando duramente per restituirla ai lavoratori, con tutte le iniziative messe in campo, come testimonia la lotta per la Carta dei diritti universali del lavoro ed i milioni di firme raccolte per i referendum. Per questo, sottolinea la Segretaria nazionale, come FLC siamo pronti a costruire questo primo contratto unico e se, come ci sembra, rispetto all’accordo del 30 novembre il decreto Madia ci presenterà degli arretramenti, saremo pronti alla mobilitazione.

Leggi la relazione introduttiva di Anna Maria Santoro

Umberto Carabelli, Professore di diritto del lavoro all’Università di Bari, ha coordinato i lavori della Carta universale dei diritti universali del lavoro ed ha un’idea chiara dello stato del lavoro in Italia, ha affermato che il diritto del lavoro è uscito distrutto da questi anni di ossessive e fallimentari riforme, anni in cui un grosso salto all’indietro è stato fatto nel campo delle tutele. Questo perché si è puntato tutto sull’abbassamento del costo del lavoro a scapito della qualità e della formazione ed è stato proprio questo che ci ha trasformato nel fanalino di coda dell’Europa con il poco invidiabile dato del 40% di disoccupazione giovanile. Da questo punto di vista la Carta rappresenta un modello alternativo di lavoro, che deve essere rispettato e sentito come necessario per contribuire al funzionamento del sistema economico. Non è sul costo del lavoro e dei diritti che deve fondarsi la competizione. Dentro il progetto di revisione del lavoro pubblico va collocato per Carabelli, un ripensamento che deve riguardare due profili: il primo è quello del ruolo della dirigenza, il secondo è quello del ruolo del sindacato e della contrattazione. E’ stato sottovalutata l’importanza centrale della dirigenza nell’ambito del sistema riformato ed è stato fatto un errore di prospettiva che continua ad essere perseguito da tutti i governi che si sono succeduti dalla legge Brunetta in poi, quello cioè di ritenere che il governo del sistema del lavoro pubblico debba fondarsi sul principio autoritario e di disciplina piuttosto che sul principio della responsabilità e del controllo dirigenziale. Bisogna poi, sottolinea  Carabelli, restituire alla contrattazione il ruolo centrale di determinare le regole di governo del rapporto di lavoro e nel suo rapporto con la legge consentire alla contrattazione –salvo casi eccezionali in cui sia la legge a dichiararsi inderogabile- di adattarsi alla realtà su cui occorre agire. Questa è la strada fondamentale per riaprire un dialogo amministrazione-sindacato.

Leggi la relazione di Umberto Carabelli

Mario Ricciardi, Professore di diritto del lavoro all’Università di Bologna, è stato, dal 2000 al 2009, la nostra controparte all’Aran e parte da una riflessione sul manifesto dei 600 intellettuali che hanno messo di recente sotto accusa la scuola per l’impreparazione linguistica dei nostri studenti criticandone l’assunto di fondo (scuola di massa inefficiente e poco rigorosa, docenti impreparati ecc.) e trovandovi un’analogia con la critica che i governi e la vulgata dei media rivolgono alla Pubblica amministrazione (inefficienza, i furbetti, i fannulloni). Nell’uno e nell’altro caso, fermo restando che problemi vi sono e che vanno risolti, tuttavia le cose sono molto più complesse e le responsabilità non difficilmente individuabili. La scuola e la Pubblica amministrazione hanno subito una gragnuola di interventi normativi quando è ormai del tutto evidente che il problema non è quello di fare indigestione di norme, ma quello di trovare tutti insieme la strada e di avere il tempo per applicare, sperimentare ed eventualmente modificare alla luce dell’esperienza le norme prescelte. Non solo, ma vi è stata una vera e propria demonizzazione delle stagioni contrattuali indicate come responsabili di ogni inefficienza e di ogni episodio di comportamento non corretto di qualche impiegato pubblico, peraltro assai circoscritto. Le riforme Brunetta e per la scuola la legge 107 ne sono stati i prodotti normativi più evidenti e più dannosi. L’accordo del 30 novembre 2016 sembra mettere sul binario giusto le relazioni sindacali e sembra voler restituire al contratto il ruolo che gli compete nei processi partecipativi e democratici di tutto il mondo del lavoro pubblico. Occorre superare le ambiguità che sembrano ancora segnare l’atteggiamento governativo e nei fondamentali articoli del D.L.vo 165/2001 ( 2, 5, 40) occorre rispettare gli impegni disegnati dalle parti nell’Intesa del 30 novembre già citata. Così si potrà fuoriuscire dalle secche create da quell’ideologia mercatista che è stata alla base degli interventi dirigistici e autoritari che hanno segnato la Pubblica amministrazione ma in modo particolare i settori della conoscenza: le riforme Moratti e Gelmini, il D.L.vo 213/2009 per l’Università. Per non parlare della legge 107 sulla scuola il cui tratto antidemocratico è testimoniato dal profluvio di trasferimento di competenze in capo al Dirigente scolastico (se ne individuano ben 9) e in cui il meccanismo premiale delineato con il bonus è ben lontano da un meccanismo di valorizzazione serio e condiviso per il quale le organizzazioni sindacali mostrano di essere ben più pronte della parte pubblica. Dopo essersi soffermato sulla condizione della dirigenza scolastica e sulle problematicità delineate dall’attuale meccanismo della valutazione di tale dirigenza di cui si auspica il superamento, il prof Ricciardi conclude che la ripresa dei negoziati sindacali, dopo un lunghissimo periodo di vuoto contrattuale, corrisponde non solo ad una esigenza di tutela e di partecipazione democratica del lavoro ai processi di cambiamento ma corrisponde ad un bisogno reale di funzionalità  a cui il Contratto può senz’altro dare il suo decisivo contributo.

Leggi la relazione di Mario Ricciardi

Leonello Tronti, Professore di Economia del lavoro all’Università La sapienza di Roma, inserisce nella discussione un punto di vista specificamente economico, per favorire una riflessione  che possa guidare la ripresa della contrattazione e con essa il miglioramento  della società italiana. Per affrontare il tema della contrattazione nel settore pubblico, secondo il prof. Tronti  occorre  partire da una riflessione sui rapporti tra il ruolo dello Stato e la crescita economica del Paese, dando per assodato che il salario dei dipendenti della pubblica amministrazione è innanzitutto un problema di finanza pubblica:  la possibilità per lo Stato di garantire retribuzioni e  sviluppo di carriera  dei dipendenti della pubblica amministrazione dipende dall’andamento dell’economia. Nell’ultimo ventennio la crescita economica del nostro Paese non è stata pari a quella dei Paesi dell’area euro: dal 1995 a oggi il PIL è cresciuto in Italia dell’11,6%, meno di un terzo di quello dei Paesi dell’eurozona in cui l’incremento è stato del 36,2%. Se fossimo cresciuti come la media europea avremmo avuto 408 miliardi di euro in più di PIL che avrebbero consentito alle retribuzioni del pubblico impiego un aumento medio pro capite di 10.864 € annui, (905 € mensili) e un debito pubblico pari  al 107% del PIL e non all’attuale  134%, con immaginabili riflessi positivi determinati dalla  minore pressione sul nostro Paese  da parte dei mercati e dell’Europa. Secondo il prof. Tronti il differenziale dello sviluppo economico  del nostro Paese rispetto all’area dell’euro è dipeso dal mancato investimento sulla conoscenza  che ha un ruolo strategico nello sviluppo economico. Infatti i Paesi europei che hanno avuto in questi anni un maggior sviluppo economico, sono quelli che hanno maggiormente investito nell’istruzione e nella ricerca. A questo proposito il prof. Tronti cita il caso della Germania che, investendo nella  conoscenza durante la crisi, ha ottenuto una crescita di valore economico superiore agli  investimenti fatti. Secondo Tronti il nostro Paese dagli anni ottanta in poi ha commesso una serie di errori con la politica delle privatizzazioni e,  in questo ultimo decennio,  con la politica di spending review che ha guardato  ai settori pubblici esclusivamente come settori su cui esercitare il risparmio di spesa attraverso i tagli, senza preoccuparsi di verificare quanto quei tagli avrebbero inciso sulla crescita economica. Si è intervenuti riducendo il costo del lavoro e non sui fattori di produttività che incidono sull’organizzazione dei servizi della pubblica amministrazione, come la qualità dell’organizzazione  produttiva e la qualità del capitale umano. Se si vuole rimettere in moto la crescita del Paese e dell’innovazione, secondo il prof. Tronti occorre pertanto  promuovere una formazione strutturale e permanente sulle nuove competenze tecniche e organizzative, implementando  la qualità del capitale umano. Tale processo, se è decisivo per il successo dell’impresa privata sul mercato, è ancora più importante nella pubblica amministrazione per il valore etico che  la conoscenza assume per la collettività e il suo benessere. E’ da questo snodo, secondo il prof. Tronti, che si deve ripartire: veniamo da una fase in cui è del tutto mancato lo spirito di comunità, la ripresa della contrattazione  deve  contribuire alla  valorizzazione del capitale umano  per  costruire un nuovo modello di pubblica amministrazione.

Leggi la relazione di Leonello Tronti

Prima dell’avvio della sessione pomeridiana, con la tavola rotonda in cui si sono confrontati sindacato e istituzioni, Raffaele Miglietta del Centro nazionale FLC CGIL ha illustrato alcuni dati relativi alla composizione dei nuovi comparti di contrattazione della Pubblica Amministrazione e all’andamento delle retribuzioni evidenziando la perdita del potere d’acquisto subita dai lavoratori pubblici della conoscenza sia in raffronto all’inflazione che in rapporto ai lavoratori dei settori privati.

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La tavola rotonda pomeridiana, coordinata da Giovanni Carlini, Responsabile nazionale FLC CGIL dell’Area V della Dirigenza Scolastica, ha visto la partecipazione di Bernardo Polverari, in rappresentanza del dipartimento della Funzione Pubblica, Franco Martini, segretario nazionale CGIL e Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC .

E' iniziata con una domanda molto diretta del coordinatore della sessione che ha chiesto: “Quanta strada è stata fatta, se è stata fatta, dopo l’accordo del 30 novembre?”.

Franco Martini inizia scherzando sul testo della riforma della P.A. che è stato licenziato dall’organo preposto, ma di cui non si ha ancora il testo, base indispensabile per articolare le dovute valutazioni ed incassa l’impegno del funzionario del ministro, che partecipa al tavolo, di metterlo a disposizione in giornata. Poi ricorda la scelta, fatta dalla CGIL confederale, di unificare in una unica delega di segreteria le politiche contrattuali dei settori privati e del pubblico impiego. Ammette la sua iniziale difficoltà ad interpretare  correttamente i meccanismi contrattuali del Pubblico Impiego data la sua esperienza sostanzialmente sviluppata nei settori privati. Considera la scelta della CGIL un importante passo in avanti nella sua cultura organizzativa perché finalmente si tenta di superare quella sorta di separatezza pre-esistente fra i due settori: pubblico e privato. Ribadisce che viviamo un momento storico-politico in cui è essenziale muoversi sulla cosiddetta “economia della conoscenza”, come del resto ha fatto in Germania la Merkel quadruplicando la spesa sui temi della “cultura” e della “conoscenza”. Ribadisce inoltre che per quanto riguarda i rapporti sociali il fatto che le risorse investite e pianificate debbano essere guidate e ripartite attraverso la contrattazione sindacale unica garanzia che esse vengano capitalizzate al meglio per i fini strategici cui tendono. Ha detto, per questo, di temere una ”retromarcia” del governo rispetto agli impegni presi con l’accordo del 30 novembre 2016, ma insiste che il sindacato non deve fermarsi davanti ad eventuali difficoltà ed accettare la sfida fino in fondo per ricondurre i testi e la legislazione nell’ambito del citato accordo. Condizione ineludibile, lo dice rivolgendosi direttamente a Polverari che rappresenta il Ministro Madia, per aprire la stagione dei rinnovi contrattuali. Si sofferma poi sulla necessità di rispondere alla feroce, e non sostenuta da numeri che ne diano credibilità,  campagna mediatica scatenata da governo e gran parte delle opposizioni contro i lavoratori pubblici allo scopo di “tarpare sul nascere” ogni rivendicazione e richiesta da parte di essi ed impedendo ogni pratica di modernizzazione reale del paese. Conferma la volontà di praticare (recuperando gli arretramenti prodotti dalla recente normativa restrittiva) la Contrattazione Decentrata proprio in analogia al modello che contraddistingue i lavoratori del privato mentre sulla parte economica ribadisce che l’aumento medio loro di 85 euro, previsto dall’accordo, costituisce ipso facto un incremento del salario minimo. Infine sul tema della valutazione esorta il sindacato a essere portatore di una proposta autonoma che sappia anticipare e/o controbattere il sistema “intriso di brunettismo” che verrà proposto dalle nostre controparti. Questo è tanto più necessario in quanto la tendenza ad assecondare le tendenze populiste presenti nel paese è molto forte. Indica la strada in una programmazione (contrattualmente condivisa) degli obiettivi che dovrebbe servire anche da pietra angolare per costruire i percorsi di stabilizzazione dei precari. 

Bernardo Polverari, capo di gabinetto del Ministro Marianna Madia,  richiamato dagli impegni legati al licenziamento del decreto, ha lasciato presto il tavolo dei relatori, non prima, però, di fare qualche considerazione sul testo. Secondo Polverari rispetto alla delega sul lavoro pubblico di imminente ingresso in parlamento, la sensazione politica è di avere dato con il testo uscito dal CdM, una risposta coerente all’accordo del 30 novembre benché si tratti di una materia complessa la cui stesura ha avuto un percorso che ha coinvolto necessariamente tutto il Governo.  In ogni caso ora si apre la fase di discussione parlamentare durante la quale ci sarà spazio per un confronto costante con le organizzazioni sindacali. Su questo c’è impegno chiaro anche del Ministro della PA ad uscire con un testo quanto più condiviso possibile. In ogni caso alcuni spazi di contrattazione sono già chiaramente recuperati nel decreto, ad esempio la mobilità e gli effetti della valutazione.Inoltre, per Polverari il governo ha la volontà di procedere al rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti e su questo tema c’è una giusta determinazione anche da parte del Ministro Madia. A tal proposito, lo stanziamento finanziario iniziale sarà utile ad aprire la contrattazione mentre l’ultima parte di contenuto arriverà con la prossima legge finanziaria. L’impegno è produrre in tempi rapidi l’atto di indirizzo per aprire la discussione sul rinnovo del contratto

Il Segretario generale della FLC CGIL, Francesco Sinopoli, chiude i lavori del convegno sulla contrattazione con una valutazione generale sulle iniziative politico-sindacali dei prossimi giorni. Con l’uscita dello schema dei decreti sul Testo Unico della Ministra Madia verrà fatta una prima analisi di lettura assieme alla CGIL. Poi inizierà l’iter col lavoro sul testo nelle Commissioni parlamentari che porterà all’approvazione definitiva dei provvedimenti. Di conseguenza la FLC CGIL assumerà un’iniziativa, che accompagni la presentazione degli emendamenti, poiché ci sono già molti aspetti del Testo Unico che riteniamo insoddisfacenti. Il Segretario si è, dunque, dichiarato favorevole a una possibile iniziativa di mobilitazione al fine d’incalzare il governo affinché costruisca le condizioni utili per aprire la stagione negoziale. Secondo Sinopoli, la revisione del 165 secondo l’accordo del 30 novembre 2016, è il presupposto necessario per aprire questa stagione contrattuale. Sempre all’interno della revisione del 165, prosegue il Segretario generale della FLC CGIL, ci sarà da esaminare anche l’aspetto che riguarda le procedure di valutazione che devono necessariamente rientrare nelle materie negoziali. Occorrerà, dunque, verificare la presenza del recupero integrale del ciclo delle performance dentro il contratto. Se, al contrario, questo verrà normato a latere, allora tutta questa partita sarà oggetto dell’iniziativa politica del sindacato nei prossimi tre mesi. Ci sono ancora dei nodi problematici nel 165 che sarà necessario sciogliere, restituendo alla podestà negoziale tutte le materie, con degli obiettivi che non possono che essere d’innovazione. Dobbiamo fare in modo che non venga imposto il ciclo della performance, altrimenti il ruolo del sindacato sarà nullo e sarà costretto ad assumere ciò che è stato già deciso dall’Amministrazione. Se, invece, queste materie diventeranno materie negoziali, sicuramente potrebbero esserci le condizioni per fare un contratto che sia acquisitivo entro questa stagione. Un altro elemento di riflessione, secondo Sinopoli, riguarda lo scenario politico che si sta prospettando, poiché siamo in un anno particolare dove ci sarà probabilmente l’ultima legge di stabilità della legislatura. In questo contesto il rinnovo dei contratti del pubblico impiego avrà un grande impatto sull’economia e anche un peso gigantesco per la costruzione del consenso elettorale. Sarà necessario tenere presente che il rinnovo contrattuale si farà probabilmente alla fine della legislatura, con una parte della politica schierata con gli obiettivi di risparmio da esercitare innanzitutto sui settori pubblici, e dall’altra ci sarà il sindacato con l’esigenza di reperire le risorse per gli 85 euro contrattuali e la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione, che pure richiede un investimento. Sull’aspetto della stabilizzazione dei precari il Segretario generale si è soffermato, affermando che nella norma del 165 (art. 36), così come la conosciamo, non ci sarebbe l’obbligo a stabilizzare pur di fronte a un abuso, ma una facoltà. Invece, il superamento dei tre anni dovrebbe dare luogo, in base alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, alla stabilizzazione nel pubblico impiego. Nel 2007 era stata prevista una norma per la quale, chi era in possesso del requisito dei tre anni veniva assunto, pur con la formulazione di restare in servizio finché non ci fossero i posti in organico in base al turn over. Sinopoli sottolinea, inoltre, che occorrerà mettere in campo un’iniziativa affinché ci siano elementi di maggiore cogenza in quella norma per risolvere il problema della mera “facoltà”. Si ravvisa nel contempo anche l’esigenza d’intervenire con una proposta nei riguardi dei lavoratori parasubordinati del pubblico impiego.

E ancora il Segretario generale è intervenuto su una possibile risposta contro la campagna denigratoria e strumentale sui cosiddetti “fannulloni” della pubblica amministrazione, finalizzata solo a depotenziare in partenza le richieste del sindacato. Sarà perciò organizzata una nostra contro-campagna, in cui si evidenzi la fatica e la specificità di questo lavoro al fine di ricostruire un nuovo immaginario del lavoro pubblico.

Secondo Sinopoli rimangono ancora dei nodi aperti come il salario accessorio, che pesa in particolar modo nei nostri settori della conoscenza. Questo, perché l’accessorio nella pubblica amministrazione è diventato nel tempo uno strumento di compensazione di tabellari che erano troppo bassi. Infatti, nelle contrattazioni integrative che sono state fatte ovunque, le quote distribuite di accessorio sono servite proprio a compensare i salari bassi. Ora noi non possiamo lasciar trasformare quelle quote di salario accessorio nella produttività collettiva perché ciò sarebbe inaccettabile per i lavoratori. Quindi, occorrerà ragionare sul fatto che forse è stato un errore superare gli automatismi salariali per tutto il pubblico impiego, dal momento che sono stati poi reintrodotti nei fatti. L’operazione oggi da fare è quella di stabilizzare quelle quote di accessorio nel fondamentale e poi lavorare per l'innovazione organizzativa attraverso dei meccanismi ad hoc. Il punto è che se vogliamo fare un lavoro sulla professionalità e sull’innovazione organizzativa servirà liberare quelle quote e finalizzarle effettivamente a organizzazione del lavoro, sviluppo professionale, cambiamenti con obiettivi specifici. Sulla contrattazione integrativa di tutte le risorse, ha concluso infine Sinopoli, ci sono pratiche negli altri comparti che sono molto avanzate. C’è la possibilità di esportare queste buone pratiche in un’idea complessiva di contrattazione di secondo livello anche nei nostri settori.