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Aprile on line: Ricerca, un tanto al chilo

Finanziamenti ridotti del venti percento; blocco delle assunzioni; enti di ricerca tramutati in ''caserme finalizzate''. Oggi, a Roma, i ricercatori tornano a protestare

30/03/2006
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Aprileonline

Marina Montacutelli

Non si è mai parlato tanto di ricerca come in questi anni, nel nostro Paese. Non è mai stata tanto mortificata e scompaginata la ricerca come in questi anni. Le università – impegnate in funambolici slalom tra “crediti” e “moduli” - costrette a propinare conoscenza in pillole predigerite, buone a produrre un titolo solo apparente di prima o di seconda classe. Tanto, poi, ci sono i costosissimi, quasi sempre privatissimi “master”. Gli enti di ricerca, cui sono stati iniettati a piccole dosi, ogni giorno, veleni di ogni genere: burocrazia, partecipazione ridotta allo stato larvale, rimasticature di modelli ormai desueti o sospetti di mercimonio. Per tutti, indistintamente, grandi annunci pubblici e piccoli investimenti quasi la ricerca potesse prodursi per partenogenesi: basta proclamare, per fecondare l’uovo che potrebbe davvero cambiare il destino di tutti.
Anche la ricerca ha, dunque, le sue “tre I”: Ignoranti, Imbelli, Increduli.
Ignoranti, nel segno di un progetto complessivo, ammirevole per la coerenza e la caparbietà con cui è stato perseguito dalla materna all’università, agli enti di ricerca. Imbelli si vogliono i ricercatori, usando il diserbante sui precari come sui premi Nobel per concimare e far fiorire il raffinato ingegno degli yesman: chi pensa, fa sempre paura. Increduli, i ricercatori lo sono davvero: in questi anni non si è visto niente. E gli euro – quelli veri, non quelli virtuali – non bastano neanche a pagar le bollette, nelle case come nei laboratori.
La domanda vera, che dobbiamo cominciare finalmente a porci, è “a cosa serve la ricerca”. Se non sia, per caso, la nostra gallina dalle uova d’oro. E, anche, se questa logica dell’“utile” e del “produttivo”, sempre e ad ogni costo, ci porterà davvero lontano.

Il problema è che la ricerca non è un supermercato. E a chi la ricerca la fa davvero spaventano non solo il continuo ricorso a riforme e riformicchie, meritevoli solo di un “progetto finalizzato” per studiarne gli effetti stressanti sulle sinapsi degli “operatori”; spaventano – forse più - le parole che si usano: chi “concede” la “ricerca libera” dimentica che, sempre, la ricerca lo è; e lo deve peraltro essere, se vuole davvero far avanzare la frontiera della conoscenza. Che è un bene in sè, e non solo per procacciare innovazione o sviluppo. La penicillina è stata scoperta cercando ben altro; e “ricerca” – coniugata a “sapere critico” - è soprattutto sbagliare e poi sbagliare tante e tante volte. Solo uno strabismo politico – e una grande ignoranza – fanno dimenticare che “finalizzare” ogni ambito brucia nel medio periodo anche ogni potenziale innovativo, ogni possibilie competitività: si resterebbe con un pugno di mosche in mano. E tutti più analfabeti.
La ricerca non è “un tanto al chilo”: sa solo di “non sapere”. E a chi vuole farsi valutare, e contribuire allo sviluppo del Paese come cittadini prima che come ricercatori; a chi vuole che la ricerca sia anche partecipe e responsabile, facendosi però un bell’esame di coscienza per scacciare fastidiosissimi servilismi o pietosi accomodamenti; a chi non vuol sentirsi un questuante, ma neanche salvarsi l’anima o lo stipendio, non bastano i vari “va tutto bene, madama la marchesa”; o i fantasiosi castelli di sabbia di questi anni e degli anni prima di questi: il panorama è, ora, di macerie e lutti del sapere.

I ricercatori, i professori dicono, semplicemente: lasciateci lavorare, per favore. Permetteteci di lavorare, per favore.
Se non vogliamo un’Italia invertebrata, se vogliamo cambiare davvero, questa potrebbe essere proprio una rivoluzione.