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Il tablet, il quaderno e i ragazzi

Mila Spicola

25/12/2011
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l'Unità

Si fa un gran parlare di nuove tecnologie a scuola, di ritardi nella digitalizzazione, del fatto che è necessaria una scuola che tenga i costi a zero per le famiglie e offra agli studenti il sapere e le informazioni attraverso gli strumenti più innovativi. Internet, libri digitali sul modello wiki e tablet. Se ne parla ancor di più in questi giorni visto che il ministro Profumo vorrebbe dotare ciascun ragazzo di un tablet e fargli buttar via i libri.

Si ripete che il gap tra quello che è il mondo digitale e la scuola è ancora molto ampio. Infatti nonostante i tanti buoni esperimenti e casi di studio che vedono protagonisti molti istituti italiani, il ruolo della scuola all’interno del cerchio delle nuove tecnologie è ancora residuale.

Uno si aspetterebbe che là dove i contesti sono più indietro, dal punto di vista socioeconomico e geografico, le periferie, il sud, le scuole a rischio, maggiore sia questo gap. E invece in alcuni casi accade il contrario. Quello che il ministro Profumo ha auspicato, l’utilizzo delle tecnologie digitali,  per  me è stata una necessità. Cioè il wiklibro o book digitale o come lo si voglia definire.

Premessa: il mio discorso è applicato a un segmento particolare, l’alunno delle medie. O Scuola Secondaria di Primo Grado che dir si voglia. L’anello debole del sistema d’istruzione italiano. E un motivo ci sarà..anzi, diversi.

Dato: da me i ragazzi il libro della mia disciplina non lo comprano. Insegno arte, non italiano o matematica. All’inizio me ne dannavo, poi li ho fregati.  Oggi dico: potete anche non comprarlo il libro. E lo dico sorridendo.

“Il libro lo farete voi”. Ho trascorso e trascorro anni a dettare le lezioni, oppure a fargliele cercare on line, copiarle e incollarle e poi stamparle. Riscriverle coi colori diversi e in formati diversi. I miei alunni hanno trascorso anni e li trascorrono ancora a scrivere e a “illustrare” con il loro disegni, il loro libro personale. Dall’Acropoli di Atene a Modigliani. Hanno ridisegnato tutto.

Alla fine dell’anno non sono libri quelli che sfoglio, sono opere d’arte. Tutte diverse nell’aspetto e simili nei contenuti. C’è molto del wiki, del digi, del web, c’è molto di lezione e appunti inviati via mail (non è così vero che molti il pc non lo hanno…persino a Brancaccio…sottovalutate le mamme giovani: volete che non siano su facebook?) ma c’è molto delle mani del genio italiano. Inimitabile, stupefacente e miracoloso. E state sicuri che non se ne dimenticheranno mai.

Ho sempre trattato in modo “laico” le nuove tecnologie, non le magnifico più di quanto possa io farlo con il martello o lo scalpello di uno scultore. L’idea che sta alla base di un’opera , di una scultura non è merito dello scalpello;  influisce, certo, come tanti altri fattori, se poi uso il trapano elettrico cambia molto, ma è la testa che fa la differenza e mi pare che si faccia un gran parlare di mezzi digitali e pochissimo del loro effetto sulle menti. Come sia cambiata la sinapsi di un nativo digitale non è dato sapere, o meglio: non interessa. Lo possiamo supporre osservandoli, i nativi digitali: intuitivi, veloci, ma disattenti, distratti e incapaci di riflessione. E allora bisogna potenziare i pregi ma obbligarci a fare una seria riflessione sugli effetti delle tecnologie digitali nelle capacità di riflessione e approfondimento. Voglio dire: che bello che bello..ma attenzione. Houston, abbiamo anche un problema.

Tutti ci lamentiamo del fatto che sono distratti e con la testa in aria. Un motivo c’è. Lo studiamo e diamo strumenti metodologici e professionali ai docenti per affrontare questi effetti? Specie per le discipline che riflessione e attenzione la esigono: italiano e matematica. Vedicaso gli ambiti in cui i nostri ragazzi hanno maggiori problemi.

Al tablet e al pc (perchè io lo faccio usare sempre ) associo sempre un normale e antico quaderno, una penna e i colori. E nel silenzio dell’anima, mentre disegnano, o studiano o riflettono i miei alunni, i vostri figli, diventano quello che sono: dei geni. Aggiungo: spesso incompresi. Dall’istituzione come anche dai genitori. Da grafie, disegni, abilità, velocità, lentezze un docente di arte capisce altro. Tutto quello che il livello delle “competenze” non misura. E cioè le potenzialità.

Lo dico senza esagerare. Proprio in quell’età – dagli 11 ai 14 anni, che poi sono “l’anello debole della scuola italiana”, le medie- in cui tutti si affannano a valutare le “competenze” e le “conoscenze indispensabili” alla vita del paese, nessuno ne valuta invece le potenzialità maggiori e peculiari per quell’età e cioè le “abilità”. Michelangelo, Leonardo, Raffaello, come anche Verdi sarebbero degli stupidi idioti con tablet (il copia e incolla è la cosa più meccanica e semplice da fare, spesso nemmeno leggono attentamente quello che incollano) e prove INVALSI. Mentre con una matita e un foglio tornano quelli che sono e siamo: dei geni italiani. Un ragazzino a 12 anni è poco di competenza e tutto di abilità. E’ ingiusto e stupido valutarne solo i difetti.

Sono proprio le “abilità”, oggi trascuratissime da ogni tipo di valutazione di sistema, che creano le identità, specialmente nelle piccole personalità di italiani. Non sono sottovalutabili  le cosiddette educazioni: artistica, tecnica, musicale, sportiva determinano le inclinazioni degli individui e sono quelle che dovrebbero valutarsi in quel segmento di età.

Cosa voglio dire? Bene per il tablet, bene per buttar via molta carta inutile di libri costosi e pesanti. Ma non esauriamo l’universo infinito che sono i cervelli e le potenzialità creative migliori dei nostri ragazzi nello scalpello. La digitalizzazione va benissimo, ma non pensiamo a meccanismi automatici di miglioramento dei livelli cognitivi perché rischiamo di confondere fini e mezzi e rimanere mezzi piuttosto che divenir doppi.

Quello che si deve adeguare ai tempi sono l’approccio e il modello valutativo. Adeguare ai tempi ma anche ai contesti e alle nazioni. Molti citano la Corea del Sud come esempio di eccellenza scolastica, tra l’altro se ne cita anche l’altissima digitalizzazione. Ma, scusate , lo dico con orgoglio, volete paragonare la creatività italiana (un pensiero creativo riguarda non solo le arti ma anche la scienza, l’economia, le leggi) quando è coltivata al meglio con quella della Corea?

E dunque cosa può fare un ministro, “in parole povere, lei professoressa che consiglia?”.

Consiglio di salire un po’ più su dalle dita digitanti dei ragazzi , su sù, fino agli occhi e alla testa, e rendersi conto che il “tablet di flessibilità e apertura mentale” dovrebbe fornirlo al 90% degli adulti italiani. Prima di dare il tablet bisogna dare il “libretto delle istruzioni” a docenti e genitori, come anche ai ministeri, non sul tablet in sè, ma su come governi e guidi la conoscenza acquisita anche in modo autonomo di un ragazzino col tablet in mano. Lavorare sui meccanismi metodologici bloccati proprio dei docenti di italiano e matematica: non funzionano più con questi ragazzi. Il problema non è che il 70% delle conoscenze acquisite da un ragazzo non provenga dalla scuola, ma che le acquisisca da solo e senza guida. Senza l’analisi degli strumenti adatti a governare le informazioni. Senza cioè quello che chiamiamo “approfondimento”. Sanno molto dunque, ma sanno male e in modo superficiale. Da soli apprendono in modo bulimico ma non metabolizzano. E allora agiamo sugli strumenti e sui tempi. Torniamo a guidare il processo di apprendimento. E dunque non è tanto il tablet, cosa semplicissima da acquistare, ma il ripensamento profondo dei metodi di trasferimento e di guida dei processi di apprendimento. Molti docenti non ne hanno proprio idea: sia per resistenza personale al cambio di metodo (specialmente i docenti di lettere, competenti nella disciplina ma carenti di formazione pedadogico-didattica), sia per assenza totale di domanda in tal senso da parte delle istituzione, come anche di offerta in termini di aggiornamento.

Non basta dotare le scuole di tablet se poi “nell’ora di italiano non usiamo mai il pc”, oppure “ma se perdo tempo col pc la matematica quando gliela spiego? E le prove INVALSI come le superano?”. Non sento altro.

Sono mondi complessi. Il rischio è che col tablet in mano non si dia là alla creatività dell’intelletto ma alla trasformazione dei nostri geni in guardiani di una macchina. Come nelle più funeree previsioni di un Bacone. E qua ti voglio.

Non possono esaurirsi in queste poche righe le riflessioni collegate: dico solo, attenzione. Serve più l’uomo che individua e risolve problemi o l’uomo che guarda la macchina? Che l’accende e la spegne? I nativi digitali sono più creativi o meno creativi? Le INVALSI, cioè i test di italiano e matematica, servono a testare “le competenze necessarie per stare al mondo”? 

Un genio matematico o un grande scrittore ha coltivato a 12 anni le sue “inclinazioni”, le sua “abilità”, la sua “creatività”, non soltanto le competenze. Spesso, tristemente solo. Ancora non sappiamo quali sono i “geni” che stiamo coltivando.

Non so perché ma molti dei migliori miei talenti (ma talenti veri) arrancano in italiano e matematica. Qualcuno se ne preoccupa? Io lo potenzio al massimo quel talento, ma la scuola italiana lo fa? Il suo “sei finale complessivo” rende giustizia ai piccoli Leonardo e ai Raffaello e ai Fermi che poi tengono alta la nostra bandiera nel mondo? Non quella coreana, bensì la nostra? Non so..ditemi voi. La scuola deve crescere cittadini, è vero. Deve recuperare i ritardi, è vero. Deve potenziare le eccellenze. E deve valutare tutto ciò. Sono dell’idea che il mondo digitale può essere un valido supporto solo se ci mettiamo in testa la globalità delle personalità dei ragazzi e il loro mondo emotivo. Ma a monte deve farsi una riflessione approfondita e aggiornata in ogni ambito dei doveri di cui sopra. E aggiornarla a queste nuove globalità che non sono solo “la globalizzazione” nel mondo, ma la “globalizzazione” delle menti.


A chi mi legge: i miei più cari auguri.