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Messaggero: Concorsi, l’allarme dei rettori: «Temiamo una pioggia di ricorsi»>

Molti atenei hanno deciso di non riaprire i bandi: restano fuori gli “esterni”

13/01/2009
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Il Messaggero

ANNA MARIA SERSALE
ROMA - I rettori blindano i concorsi universitari stretti dalla minaccia dei ricorsi. Ora che stanno per partire le prove per quattromila idoneità incombe il rischio delle vertenze. Già, perché qualunque decisione prendano i Magnifici ci sarà qualcuno che potrà sentirsi danneggiato. «Non riapriremo i bandi per ridurre i danni, sono convinto che i ricorsi arriveranno in ogni caso», afferma Renato Lauro, rettore di Tor Vergata. Che aggiunge: «Sappiamo che siamo esposti, basta che qualcuno si rivolga al Tar del Lazio per rimettere tutto in discussione». «E’ stato un errore inserire nella legge la ”possibilità” di riaprire i termini - afferma Guido Fabiani, alla guida di Roma Tre - Così possono piombarci addosso infinite vertenze, il governo si doveva assumere la responsabilità di stabilire che cosa fare». Linea comune a tutti i rettori, questa, tranne pochissime eccezioni di chi si riserva ancora di fare consultazioni. E’ il caso dell’ateneo dell’Aquila: «Giovedì prossimo - spiega il rettore Ferdinando Di Orio - è convocato il Senato accademico, ci sono elementi favorevoli e altri contrari. Cambia la formazione delle commissioni e avremo ricorsi sia lasciando i bandi chiusi sia riammettendo nuove domande. Una volta che si era messa mano alla riforma si poteva fare qualche cosa di più definitivo».
Però la non riapertura dei bandi lascia fuori gli ”esterni” e di fatto azzoppa la riforma che vorrebbe portare un po’ di trasparenza. E’ scandaloso, ma ai concorsi spesso c’è un solo candidato interno, perchè è quello destinato a vincere, il concorso è su misura per lui, e gli altri vengono invitati a rinunciare. Un sistema che ora si ripeterà. Intanto i tempi stringono. La legge Gelmini appena approvata in Parlamento prevede che entro il 31 gennaio gli atenei scelgano se avvalersi della possibilità di riaprire i bandi già chiusi. In ballo ci sono 1.875 posti per prima e seconda fascia di docenza, che calcolando la doppia idoneità darà luogo alla nascita di 3.750 nuovi idonei. A questi si aggiungono i bandi per 320 posti da ricercatore, che, invece, avendo un solo vincitore non raddoppieranno. Ma perché i rettori temono i ricorsi? E perché non riaprono i bandi? Gira voce che la Conferenza dei rettori abbia sconsigliato la riapertura. Ma la Crui smentisce che ci sia stata una presa di posizione ufficiale. In realtà la questione è aggrovigliata. Dopo lo stop forzato di quasi tre anni gli atenei, a cavallo tra la vecchia e la nuova legislatura, hanno sfornato bandi con le vecchie regole (il governo Prodi non era riuscito a cambiarle, il nuovo esecutivo avrebbe voluto il ribaltone ma non si potevano modificare in corsa). Così in Parlamento è passato il principio che bisogna almeno sorteggiare i commissari, limitando però il sorteggio a una cerchia di eletti. «Occorre più trasparenza e non si possono chiudere gli occhi sul dilagante nepotismo», ha più volte detto il ministro Mariastella Gelmini. Almeno a parole tutti d’accordo. Ma dall’introduzione del sorteggio, dopo la chiusura dei bandi, nascono i conflitti. Sui criteri si litiga. Ci sono concorrenti, dicono i rettori, che non vogliono sentire parlare di nuove domande e quindi di nuovi aspiranti: «Cambierebbero i termini della gara». Però intorno ai concorsi ruotano molti interessi e c’è chi, dopo l’introduzione del sorteggio, pensa di mettersi in lizza perché l’esito non è più scontato: «Rompendo la catena delle raccomandazioni, qualche chance in più ci sarà grazie al sorteggio, anche se parziale». Però la gara resta chiusa, i rettori non riaprono i battenti.
Sulle quattromila idoneità, comunque, si profila una pioggia di ricorsi. Dice Pier Ugo Calzolari, rettore dell’Alma Mater di Bologna, l’ateneo più antico d’Italia: «Non abbiamo ancora assunto una decisione formale, tuttavia l’orientamento è quello di restare fermi. La motivazione? Ci sarà un subisso di ricorsi». Bologna ha bandito 45 posti da ricercatore e una ventina di idoneità per associato e ordinario. Quanto al sorteggio Calzolari è cauto: «Lo abbiamo sperimentato una quindicina di anni fa e non è servito. Da questo nuovo sistema non mi aspetto molto, sento dai colleghi forti indicazioni contrarie. Tuttavia riconosco che nel decreto 180 da poco convertito in legge ci sono elementi positivi per l’affermazione del merito».
La nuova procedura che cosa prevede? Mescola l’elezione al sorteggio: i commissari vengono tirati a sorte non dall’intero elettorato, ma da un elenco ristretto, pari al triplo dei posti necessari (escluso il membro interno). Per un concorso da docente, per esempio, saranno eletti dodici membri, da cui cui ne verranno sorteggiati quattro. Più garanzie? «Il sorteggio ha comunque un valore - sostiene Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’Associazione nazionale dei docenti universitari - Però i giochi dei baroni non saranno sconfitti. Per evitare la sopraffazione delle lobby per vincere parentopoli e corporativismi si sarebbe dovuto eliminare del tutto la presenza del membro interno, il candidato locale continuerà a vincere, più che il merito sarà premiata la sottomissione al maestro e non credo che sparirà il malcostume dei concorsi truccati». Secondo Miraglia ci sono elementi negativi che anche con il nuovo sistema permangono: «Nelle commissioni resta il membro interno, appartenente alla facoltà che ha emesso il bando. Inoltre l’università, se il vincitore non è quello designato dal maestro, avrà la possibilità di non assumere l’idoneo sgradito e il concorso verrà di fatto annullato. Tutta colpa del localismo, che non ha mai dato frutti positivi». La verità è che, almeno finora, ogni sistema ha fatto flop. C’erano i concorsi nazionali e non andavano bene. Nel 1998 Berlinguer ha introdotto i concorsi locali e la situazione è peggiorata. Poi la Moratti fece una riforma che non andò mai in vigore, ora c’è bisogno di un riordino che restituisca credibilità alla selezione degli universitari.