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“Perché la scuola è chiusa?” Le domande dei miei alunni tornati dietro a un video

Il racconto di un’insegnante scrittrice in Campania

17/10/2020
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la Repubblica

di Viola Ardone 

Ragazzi, scusateci, abbiamo fallito. Ecco che cosa avrei dovuto dire stamattina ai miei studenti collegati di nuovo in video lezione, come durante i mesi più duri del lockdown. Vi avevamo spiegato che la scuola è un luogo sicuro, che permette di individuare i casi positivi e di risalire la catena dei contagi, avevamo dedicato lezioni alle regole da seguire, ci eravamo detti che sarebbe stato faticoso ma che ce l’avremmo fatta, perché essere tutti insieme in quel luogo ogni giorno era per noi importante.

Voi ci avete dato fiducia: avete rispettato gli orari scaglionati di entrata e di uscita, avete imparato a non muovervi dal banco per tutta la durata delle lezioni, a seguire parte delle spiegazioni collegati da casa alternandovi con i compagni in classe, a sostenere turni pomeridiani, a infilare nello zaino tutti i libri perché vi abbiamo chiarito che non potevate dividerli più con il compagno di banco. Ogni mattina avevate negli occhi la determinazione di voler restare ai vostri posti, e a ogni suono di campanella ci siamo detti “a domani” come se fosse un auspicio, più che un saluto.

Mi state facendo tante domande in queste ore, perché voi siete giovani e non avete ancora imparato a rassegnarvi di fronte a quello che vi sembra incomprensibile. Michele, che ha una sorellina in prima elementare e un fratello in prima media, dice che sua madre non ha avuto nemmeno il tempo per organizzarsi, dato che l’ordinanza è stata emanata di sera per il giorno dopo, dovrà assentarsi un’altra volta dal lavoro, e forse alla fine lo perderà; ma con chi restano i bambini, mi chiede, quando i genitori vanno a lavorare?

Gaia è contrariata: da noi tutto ha funzionato bene fino ad ora, le classi del liceo in cui c’era un positivo andavano in quarantena e le altre continuavano a fare lezione regolarmente, grazie al sistema delle “bolle”; perché allora chiudere tutto?

Luciano non capisce: se le palestre, i bar, i ristoranti, i negozi sono aperti e si può circolare liberamente ad ogni ora, perché la scuola no? Non è più sicuro tenerci in classe piuttosto che in giro per la città?

Anna racconta che sua cugina vive a Benevento, dove i contagi sono pochi: a che cosa serve bloccare tutti, senza distinzioni?

Angelo ha come al solito problemi di collegamento, ogni cinque minuti sparisce e poi riappare, ma anche lui ha una domanda e non demorde: ha sentito dire che il problema sono i trasporti non le scuole; perché allora fermano noi e non incrementano le corse di autobus e metropolitane?

Un mio amico delle vacanze, interviene Luisa, abita in una città del nord in cui il numero dei contagiati è molto alto, ma lì tra mille difficoltà continuano ad andare a scuola. Il diritto allo studio non deve valere per tutti allo stesso modo? Ce lo ha spiegato lei lo scorso anno, mi ricorda come se fossi un’alunna impreparata.

E poi c’è Marina, la madre di un alunno diversamente abile, per lei la chiusura pesa di più che per gli altri perché suo figlio non riesce a seguire le lezioni in videoconferenza, e la faccia di Gabriel sul mio monitor non ci sarà né oggi né per le prossime due settimane.

Vorrei guardarli negli occhi a uno a uno, ma attraverso il monitor gli sguardi non si toccano; così raccolgo le idee, provo a rispondere. Non abbiamo fallito, ragazzi, dico infine. Gli errori sono fuori dalla scuola, da parte di chi, oltre i cancelli, non è stato prudente e il virus ce lo ha portato in classe. Ma sbaglia anche chi è convinto che chiudere la scuola sia la prima misura da prendere e non l’ultima. Chi si illude che la cosa in apparenza più facile da fare sia anche la più giusta. Chi non vede in prospettiva il danno, irreparabile, che la chiusura prolungata avrà sulla vostra generazione, che di questa catastrofe pagherà il prezzo più alto, soprattutto in un territorio, come il nostro, in cui la scuola è spesso l’unico antidoto alla criminalità, alla devianza, o semplicemente alla povertà educativa che affligge alcuni contesti sociali e familiari.

Ma se la scuola serve soprattutto a seminare dubbi e a far germogliare domande, allora: no, ragazzi, non abbiamo fallito. Me lo state insegnando proprio voi, questa mattina. Ed è per questo che vale la pena, sempre, difendere la scuola.