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Repubblica: Porte chiuse ai cervelli stranieri

Stipendi bassi e ostacoli burocratici, ecco perché l´Italia non attira la ricerca in crisi

29/12/2006
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la Repubblica

Ci considerano un bel posto per formarsi, ma un ambiente ostile per fare ricerca

Il numero dei giovani che vengono da noi per studiare è in aumento: però non si fermano

La politica dei visti Usa ha dirottato altrove migliaia di talenti, ma il nostro paese resta tra i meno ambiti

Concorsi infiniti e colloqui solo in italiano. Dopo anni di fughe stiamo perdendo anche questa nuova sfida

MICHELE SMARGIASSI

ROMA - Può accadere, anche se è molto improbabile, che il professor John Smith, luminare internazionale di un qualche campo scientifico, per sue ragioni private, voglia andare a vivere, a studiare e a insegnare nel ridente, benché provinciale, paese di Villautarchia. Per scongiurare una simile sciagurata e minacciosa eventualità, però, i governanti e gli scienziati di Villautarchia useranno tutte le molte risorse a loro disposizione. Nasconderanno più possibile al professor Smith le notizie sulle opportunità di impiego, lo informeranno che nelle loro università non si parla inglese, così lo costringeranno a scrivere pacchi di documenti nella poco diffusa lingua villautarchica, gli chiederanno di recarsi più volte di persona a Villautarchia, lo sottoporranno a un concorso dai tempi intollerabili, infine gli faranno sapere che il suo stipendio sarà quello di un ricercatore alle prime armi e aumenterà solo per anzianità, non per merito. A questo punto Smith avrà già scelto di accettare l´offerta molto più semplice e lusinghiera del paese di Cittàglobale. Mentre a Villautarchia continueranno a vivere sempre più felici ed emarginati.
Villautarchia, si capisce, è una trasparente e malinconica metafora dell´Italia. L´ha inventata e descritta, stracciando volutamente il linguaggio asettico dei paper scientifici, un cervello in fuga, l´economista Giovanni Peri, ora docente all´università della California, assieme ad alcuni colleghi esasperati come lui perché il nostro paese sta perdendo la caccia internazionale all´intelligenza: «Volevamo studiare perché l´Italia non riesce ad entrare in quella gara vitale per il nostro futuro», spiega al telefono da Los Angeles, «abbiamo capito che l´Italia non vuole entrarci».
È l´altra faccia, meno appariscente ma forse più determinante, della fuga dei cervelli. Il brain drain di per sé non è un male: in un mondo di conoscenze sempre più parcellizzate, gli scienziati cercano sulla scena mondiale il luogo d´eccellenza per il loro specifico campo di ricerca. Tutti i paesi più avanzati lasciano partire i loro talenti. Ma compensano reclutandone altri all´estero. Il guaio italiano è l´inesistente brain gain, è lo squilibrio drammatico della nostra "bilancia dei pagamenti intellettuali". Solo in ambito europeo, l´Italia importa dieci volte meno lavoratori intellettuali altamente specializzati (0,33%) di quanti ne esporti (3,44%); per non parlare dell´emigrazione verso gli Usa, che ci sottrae un altro 4 per cento. Cifre da deficit intellettuale prossimo alla bancarotta. L´Ocse ci ha già avvertito: «L´Italia preferisce spendere risorse per pagare poco un enorme numero di docenti nazionali» piuttosto che accaparrarsi una quota di intelligenza globale d´eccellenza. Con meno del 2 per cento di ricercatori stranieri ospitati (trenta volte meno degli Usa, dieci meno della Germania che è in furiosa ascesa), l´Italia è agli ultimi posti nello scambio internazionale del talento, senza il quale si finisce presto ai margini della competizione tecnologica. Siamo sempre più ai bordi del club dei cervelli.
Eppure sarebbe proprio questo il momento buono per stendere le reti e fare buona caccia. Lo stock di talenti nomadi che incrociano le rotte del pianeta è in aumento: nel 2001 si trattava di 1,5 milioni di studiosi da 75 paesi, nel 2025 l´Unesco prevede saranno 8 milioni. E le destinazioni non sono più scontate come erano solo un decennio fa. Lo spiega Richard Florida nel suo recentissimo studio, La classe creativa spicca il volo, seguito di L´ascesa della classe creativa, il libro che lo ha reso celebre nel mondo per aver definito la ricetta (le citatissime "tre T": tecnologia, talento, tolleranza) dell´innovazione tecnologica nei paesi avanzati. Dopo l´11 settembre, avverte Florida, gli Usa sembrano chiudere almeno un po´ le porte all´enorme flusso di cervelli immigrati; mentre molti altri paesi, nella vecchia Europa ma anche tra le graffianti tigri asiatiche, spalancano le proprie a colpi di incentivi, bonus, tappeti rossi.
L´Italia? Arranca. Inciampa. Si perde. Qualche cifra farebbe sperare: tra il 2000 e il 2004 il numero di studenti stranieri che scelgono il nostro paese è aumentato del 63 per cento. L´Italia è ancora un bel posto dove vivere se hai vent´anni. Tra il 2002 e il 2005 il numero dei laureati con passaporto non italiano è quasi raddoppiato. «Ma formare intelligenze non serve a nulla se poi vanno a spendersi altrove», avverte Alfonso Gambardella, economista alla Bocconi, «se le università, ma anche le imprese private, non riescono a intercettarle e a fissarle prima che emigrino». Nessuno è in grado di calcolare quanti stranieri, dopo la laurea, restano nelle aziende e nei centri di ricerca del nostro paese. «Verosimilmente assai pochi», ipotizza Irene Tinagli, economista, principale collaboratrice italiana di Florida: «Abbiamo una buona reputazione internazionale nella formazione, ma siamo considerati un ambiente ostile per lavoro e ricerca». Del resto, fino a un anno fa una legge vietava agli stranieri i master di specializzazione nei nostri atenei. Qualche dato conferma i pessimismi: i docenti stranieri assunti dalle università italiane si contano in poche decine. Perfino l´internazionalissima Ca´ Foscari di Venezia non supera il 2% sul corpo docente; mentre nelle università americane o britanniche si va dal 30 fino al 70 per cento.
Eppure l´Italia, nella griglia dei criteri di appetibilità stabiliti da Florida, non sarebbe in posizione disastrosa. Il suo Global Creativity Index ci registra al ventiseiesimo posto, dopo l´Estonia e la Grecia, è vero, ma pur sempre prima dei colossi Cina e India. Il nostro tasso endemico di intolleranza verso gli stranieri è sotto controllo, l´ambiente urbano è spesso gradevole, quello culturale rinomato e stimolante. Non sarà un caso se le tre università più frequentate da stranieri sono tutte e tre in Toscana: Firenze, Pisa, Siena. Il "fattore campo" ci favorisce. Ma ci sono muraglie anacronistiche e quasi insuperabili. I concorsi nelle università e nei centri di ricerca sono pubblicati solo sulla Gazzetta ufficiale, che fino a un paio d´anni fa non era neppure consultabile su Internet, ed ancora oggi è solo in italiano. Poche le università che, di propria iniziativa, pubblicano i loro bandi sul web. «Su Job Open for Economists, la bacheca globale di offerte di lavoro per economisti, non c´è neanche un´offerta italiana», conferma Peri. Pochissime università private e pubbliche (la Bocconi, Trento) sono riuscite negli ultimissimi anni ad ottenere deroghe di legge per poter offrire ai ricercatori prestigiosi uno stipendio adeguato alle loro capacità e agli standard internazionali, anziché la paga-base del neo-assunto. Se anche il genio d´importazione s´accontentasse, dovrà vedersela con concorsi di durata intollerabile per una carriera brillante (oltre un anno, salvo ricorsi dei perdenti), dai criteri scarsamente trasparenti, in cui valgono come titoli solo le ricerche pubblicate da tempo e non i work in progress (cioè la parte più viva e attuale del curriculum), e con un colloquio da sostenere in italiano (così come solo in italiano saranno le eventuali lezioni). A guarnizione di una pietanza così poco appetitosa, piccoli sadismi burocratici: autenticazioni di firme e anche atti notarili realizzabili solo in Italia (un solo vizio formale basta per l´esclusione senza appello), code al freddo davanti alla questura per il permesso di soggiorno e il medesimo rigido meccanismo delle "quote" che vale per tornitori e badanti. «La xenofobia del sistema italiano sta diventando un luogo comune all´estero», avverte Peri. Sul sito della sua ambasciata, la Cina avvisa: «Il governo italiano ha un atteggiamento conservatore in accettazione degli studenti cinesi». Sembra un invito a disertare la Penisola. La concorrenza è concorrenza.