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Se l'università diventa una macchina da profitto

Nel Regno Unito, paese leader in istruzione e ricerca — ironicamente patria di Disraeli, che considerava l’università «posto di luce, di libertà e di apprendimento» — i principali atenei, con l’eccezione di Oxford e Cambridge, si stanno trasformando in enormi imprese che fanno marketing abbassando spregiudicatamente le soglie per ottenere la lode, in una gara al ribasso volta ad attrarre il maggior numero di studenti-clienti, naturalmente paganti

09/10/2017
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la Repubblica

GIANDOMENICO IANNETTI

NEL tentativo di arginare il calo di consensi fra gli elettori più giovani, Theresa May ha annunciato al congresso del partito conservatore il blocco dell’aumento delle elevatissime tasse universitarie. Se sono comprensibili le critiche di opportunismo pre-elettorale, visto che proprio i Tories hanno triplicato le tasse nel 2012, la preoccupazione espressa dai rettori delle maggiori università mette a nudo la situazione di drammatica mercificazione della conoscenza in atto negli atenei britannici, a cui tanti studenti e docenti stanno cercando di reagire.

Il problema nasce da un dato di per sé positivo: sempre più ragazzi studiano all’università. Oggi nel mondo sono almeno 200 milioni, un aumento enorme rispetto ai 13 milioni del 1960 e si prevede un ulteriore raddoppio nei prossimi dieci anni. Questo dato contiene un alto rischio di stravolgimento dell’ethos stesso delle università. Il pericolo è direttamente proporzionale al prezzo pagato dallo studente per accedere all’istruzione universitaria. Un gran numero di studenti paganti rischia di far identificare l’insegnamento universitario come una opportunità di mero profitto.

Nel Regno Unito, paese leader in istruzione e ricerca — ironicamente patria di Disraeli, che considerava l’università «posto di luce, di libertà e di apprendimento» — i principali atenei, con l’eccezione di Oxford e Cambridge, si stanno trasformando in enormi imprese che fanno marketing abbassando spregiudicatamente le soglie per ottenere la lode, in una gara al ribasso volta ad attrarre il maggior numero di studenti-clienti, naturalmente paganti. Causa di questa trasformazione è stata la libertà concessa agli atenei di aumentare le rette. Nel 2003 studiare all’università non poteva costare più di 1000 sterline all’anno. Il limite è stato alzato a 3000 nel 2006 e a 9000 nel 2012.

Al dubbio che le università stiano negando il loro principio di esistenza, trasformandosi in macchine di profitto economico, si risponde spesso facendo presente che gli studenti hanno facile accesso a prestiti d’onore per pagare rette sempre più alte. Queste procedure finanziarie, che stanno sostituendo le borse di studio ai meritevoli, sono abilmente presentate come manifestazioni di una economia del sapere. Ma si tratta, di fatto, di una progressiva mercificazione della conoscenza.

Le vittime sono gli studenti, costretti a investire e indebitarsi per restare in un sistema che privilegia i ricchi. Le Graduation Ceremonies sono spesso il farsesco finale del percorso di studenti-clienti. I risultati economici, peraltro, non sono incoraggianti. Dopo quattro anni di studio lo studente accumula un debito di 36.000 sterline, che arriva a 49.000 se il prestito include il mantenimento. Alla laurea il debito è ancora maggiore, perché dall’iscrizione viene applicato un interesse del 3% annuo. Risultato: il 77% degli studenti non riuscirà mai a ripagare il debito, che cresce e pesa così tanto sulle casse dello stato che il tesoro ha cominciato a venderlo ai privati.

Poiché il debito deve essere ripagato con il 9% di ogni stipendio superiore a 21.000 sterline annue, e viene cancellato anche se non restituito solo dopo 30 anni, uno studente di business a Oxford, dove si entra più facilmente venendo da costose scuole private, riuscirà a estinguerlo con più facilità di un archeologo di un’università meno prestigiosa. C’è il rischio che la decisione di concedere il prestito dipenderà dalla stima del primo salario dello studente.

Tassazione eccessiva e prestiti onerosi limitano la libertà di accesso all’istruzione, che è base di uguaglianza sociale. L’istruzione viene trattata come un qualsiasi bene di consumo, seguendo logiche di mercato. Solo lo stato può controllare il mercato per mantenere l’equità sociale, mediante una opportuna presenza di università pubblica di qualità elevata, con tasse accessibili e proporzionali al reddito. Il problema della sostenibilità economica, spesso sollevato nei dibattiti sull’università pubblica, non può essere applicato a istruzione e ricerca, che non devono generare un immediato ritorno economico. È importante ricordare Galileo Ferraris: «Chi fa ricerca solo per desiderio di risultati pratici, e giudica l’importanza di una scoperta solo sulla base della sua utilità, non avrà mai compreso la vera gioia del sapere».

L’università italiana, sebbene abbia tasse superiori alla media europea, è fortunatamente ancora lontana dall’imporre rette elevate pagate grazie a ingenti prestiti finanziari. È ottimo segno che, nonostante le differenze di applicazione dovute all’autonomia degli atenei, sia stata recentemente prevista nella legge di bilancio una tassazione universitaria progressiva, con ulteriori esenzioni o riduzioni delle tasse per gli studenti meno abbienti, in chiara differenza dalla tendenza anglosassone.

Rimane naturalmente l’auspicio che il mondo accademico italiano guardi invece all’esempio anglosassone di una università di assoluta correttezza e serietà nelle procedure di reclutamento e valutazione dei ricercatori. Non c’è bisogno di sottolineare, in questi giorni, quanto si senta la dolorosa mancanza di questa correttezza in alcuni ambienti del mondo universitario italiano.

L’autore è professore di neuroscienze all’University College London