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Un contratto da 7 euro al mese

A tanto ammonterebbe l'aumento a testa nella scuola con i 400 mln della Stabilità. E neanche il bonus di 500 darà una boccata di ossigeno

13/10/2015
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ItaliaOggi

Carlo Forte

Se le indiscrezioni saranno confermate, sul piatto ci sono 400 milioni di euro l'anno. A tanto ammonterebbe la cifra prevista dal governo nella legge di stabilità per rinnovare i contratti di lavoro dei dipendenti pubblici, complessivamente 1,2 miliardi per il triennio. Considerato che i lavoratori del pubblico impiego sono 3,2 milioni (contro i 5,5 milioni della Francia e i 5,7 milioni della Gran Bretagna) l'aumento medio sarà di poco più di 10 euro mensili lordi a testa. Tolte le tasse, circa 7 euro netti in busta paga, senza la tredicesima. Ma l'esiguità della somma non è l'unico ostacolo sulla strada dei rinnovi contrattuali.

Prima di dare inizio ai negoziati, il governo intende porre la condizione di ridurre il numero dei comparti della pubblica amministrazione dagli attuali 12 a soli 4 comparti. E ciò potrebbe rallentare ancora di più i tempi dei rinnovi. La modifica dei comparti porta con sé anche profondi mutamenti nel quadro della rappresentatività sindacale. E dunque, a pochi mesi dalle elezioni delle Rsu, alcuni sindacati che hanno conquistato il fatidico 5%, valido per accedere alla contrattazione, potrebbero venire nuovamente esclusi dai tavoli negoziali. In pratica il rischio è che si cambino le regole al termine della partita, proprio quando è il giunto il momento di contare i punti. E se ciò dovesse accadere, il contezioso sarà inevitabile. Nella scuola non dovrebbero esserci particolari sorprese. Perché il comparto occupa, da solo, circa un milione di addetti. E i sindacati rappresentativi hanno numeri abbastanza solidi per uscire indenni dal riassetto dei vari settori. Ma siccome l'accordo sui comparti è propedeutico all'apertura dei tavoli per il rinnovo dei contratti, gli effetti si faranno sentire anche sulla contrattazione per la scuola. Quanto ai risvolti economici, va detto subito che la somma di spettanza per finanziare il contratto della scuola non dovrebbe superare i 125 milioni l'anno.

Per avere un'idea dell'esiguità della cifra basti pensare che il finanziamento dell'utilità del 2010 ai fini della progressione di anzianità è costato, da solo, 550 milioni. E i 500 euro per l'aggiornamento costeranno 127 milioni di euro per il 2015 e 381 milioni per il 2016. Giova ricordare, peraltro, che questi soldi saranno posti nella disponibilità dei docenti a titolo di rimborso spese e dovranno essere rendicontati. Non si tratta, dunque, di spettanze retributive da spendere per fare fronte alle cosiddette esigenze alimentari. Ma di soldi vincolati all'acquisto di beni e utilità strumentali. E se le spese già effettuate non risulteranno in linea con il fine dell'aggiornamento, i revisori dei conti delle scuole potranno disporne il recupero sui 500 euro di spettanza nell'anno successivo. Per non parlare delle eventuali responsabilità penali, in tutto simili a quelle degli amministratori locali. In più ci sono i 200 milioni l'anno nella disponibilità dei dirigenti scolastici. Che potranno versarli a titolo di retribuzione accessoria solo ad alcuni docenti individuati secondo il proprio gradimento, ispirandosi a criteri generali che saranno indicati dal comitato di valutazione delle scuole.

Pertanto, se il governo non stanzierà altri soldi, i docenti e i non docenti dovranno continuare a fronteggiare la perdita del potere di acquisto dei salari. Che potrebbe aggravarsi nei prossimi anni a causa del quantitative easing di Mario Draghi. Secondo le stime della banca centrale europea, quest'anno l'indice dei prezzi al consumo salirà dello 0,3%. Ma nel 2016 l'inflazione salirà all'1,5% e nel 2017 all'1,8%. Oltre tutto, il contratto della scuola è bloccato dal 2009. E il legislatore ha disposto anche la cancellazione dell'utilità di 4 anni ai fini della progressione retributiva di anzianità: 2010, 2011, 2012 e 2013. Il 2010 è stato recuperato dall'allora governo Berlusconi con un provvedimento che ha rifinanziato la progressione di carriera utilizzando fondi derivanti dai tagli. Il 2011 e il 2012, invece, sono stati recuperati grazia ad accordi tra i sindacati Cisl, Uil, Snals e Gilda (la Cgil non li ha firmati) e il governo. In questo caso i soldi sono stati presi in buona parte dal fondi di istituto. Il 2013, infine è tuttora inutile ai fini della progressione di anzianità. E ciò comporta, mediamente, una perdita di 1000 euro netti, una tantum, in busta paga. A ciò va aggiunta la perdita salariale derivante dal mancato recupero dell'inflazione già accertata: - 0,7% nel 2009; - 1,6% nel 2010; -2,7% nel 2011; - 3% nel 2012; - 1,1 % nel 2013 e -0,2% nel 2014. In tutto la perdita salariale legata all'andamento dell'inflazione ammonta al 9,3% dal quale va detratta l'indennità di vacanza contrattuale che è bloccata dal 2012.

Considerato che l'importo dell'erogazione è pari al 50% del tasso di inflazione programmato, fino al 2012 dovrebbe essere stata recuperata la metà della perdita del potere di acquisto dei salari. E quindi, ad oggi la perdita secca ammonterebbe al 5,3%. Perdita alla quale va sommato l'effetto del ritardo di un anno della progressione di anzianità derivante dal mancato recupero del 2013.