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Non chiudete scuole e atenei, altrimenti di questo Paese resteranno solo macerie

Intervento di Francesco Sinopoli su L’Huffington Post.

04/11/2020
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Tutti temiamo la pericolosità del Covid e la velocità con cui si sta diffondendo e siamo consapevoli della necessità quanto della difficoltà di assumere decisioni sagge e scientificamente sostenute, perché la sanità pubblica non venga sovraccaricata di pesi insostenibili.

Come è importante cercare in ogni modo di garantire sia il diritto alla salute sia il diritto al lavoro e al reddito, è importante garantire sia il diritto alla salute sia il diritto all’istruzione, pur con molte difficoltà e cercando di evitare alcune pericolose scorciatoie.

La difficile ricerca della garanzia di questi molteplici diritti non può accettare come definitiva la chiusura, anche parziale, del sistema dell’istruzione: sarebbe solo una soluzione più facile e diretta dinanzi alla complessità della pandemia, che produrrebbe inevitabilmente altre e più complesse problematiche sociali (e anche sanitarie).

Chiudere le aule, e orientarsi verso una nuova didattica digitale più o meno integrale, confinando nuovamente docenti e studenti a casa (ma con parte del personale in presenza negli istituti), non è proprio una buona idea: nessuno sa, ora, quanto durerà la fase dell’emergenza epidemica e sarebbe in ogni caso enorme il costo per lo sviluppo dei più piccoli, sulle relazioni sociali ed educative dei più grandi, sugli apprendimenti di tutti. Sarebbe intollerabile l’inevitabile moltiplicazione delle diseguaglianze che tutto questo comporterebbe, scaricandone i costi in particolare sui più deboli. Chiudere le scuole e le università non è allora una scelta per il bene degli studenti e del personale ma è la conseguenza di altre scelte mancate.

Non possiamo sostenere lunghi mesi di reclusione in casa di intere generazioni di ragazze e ragazzi che invece devono sperimentare in concreto quel vissuto di relazioni umane, intellettuali e sociali che solo le aule scolastiche e universitarie sanno offrire. Sarebbe la fine del mondo dell’istruzione, e un vero e proprio tradimento. Comprendiamo la rabbia di lavoratori e lavoratrici della scuola e dell’università (docenti, personale ATA e PTA, dirigenti scolastici, di ruolo e precari) che a partire dai mesi estivi hanno intrapreso un lavoro certosino per consentire la riapertura dell’anno in presenza e sicurezza.

Un impegno tanto più grande se confrontato alle scarse risorse e alla incertezza delle indicazioni da parte dei rispettivi ministeri. In più, la mancanza di interventi efficaci sul trasporto dedicato, la mancata attivazione di presidi sanitari, i buchi nell’organico e le permanenti difficoltà a definire le supplenze nelle scuole (ad un mese dalla loro riapertura), la focalizzazione degli atenei unicamente sulle soluzioni digitali, la sensazione di impotenza di fronte alla gestione delle normali malattie di stagione, hanno creato in poche settimane un clima di scoramento in chi ha lavorato alacremente in questi mesi. Una condizione al tempo stesso lavorativa e psicologica, che tutti gli attori istituzionali devono considerare con la massima attenzione.

Il mondo dell’istruzione deve essere considerato come l’ultimo baluardo di speranza di ripresa del Paese, proprio mentre la tragedia sembra farsi sempre più crudele. Lo sappiamo fin dalla primavera scorsa, quando ci si accorse che le lezioni online aumentavano distanze e disuguaglianze già profonde tra studenti, al punto che quasi due milioni di loro, i più deboli socialmente ed economicamente, hanno perso sei mesi di decisiva istruzione.

Si vuole percorrere la stessa strada ora, per una nuova stagione? Al contrario, occorre ripensare un massiccio investimento sistemico su scuole e università, subito, nella legge di bilancio o con specifici provvedimenti immediati (come sta avvenendo per altri settori), per sostenere l’impatto che dovrà avere una rapida riapertura in presenza, senza ripiegare su soluzioni di comodo pensando che tanto si può far lezione a distanza.

Riaprire scuole e università in sicurezza, anche a fronte della chiusura o della riduzione di altri settori, vuol dire infatti garantire trasporti con distanziamento fisico, personale per ridurre la numerosità di classi e corsi, spazi per tenere queste classi e questi corsi in bolle di isolamento. Servono ora, serve recuperare in fretta quello che non si è fatto nell’estate, per riaprire prima possibile.

Ovunque in Europa si è deciso di ricorrere a chiusure, senza però toccare le scuole e le attività produttive. Ovunque in Europa si è consapevoli che le scuole aperte sono un servizio sociale indispensabile (per la vita e la salute dei nostri figli), oltre che un inno alla speranza e un simbolo generale della vita sociale di un paese, nella disperazione del momento. Non c’è nessun governante che abbia assunto la didattica online come panacea universale. Certo, in Europa il sistema dei trasporti è diverso dal nostro, più efficace ed efficiente, come da decenni ci sono risorse molto più significative per scuola e università, ma è per questo che servono subito investimenti sistemici.

Ovunque in Europa non esiste caos tra i poteri pubblici, come qui da noi, dove siamo giunti all’assurdo di definire confini regionali in un Paese mai stato federale. Come assurda sembra la decisione di una Regione di chiudere autonomamente le scuole e gli atenei, confidando nella didattica a distanza, proprio laddove essa ha mostrato tutti i suoi limiti.

Le Regioni non sono principati autonomi. L’autonomismo differenziato alla rovescia dettato da alcune Regioni meridionali è un enorme danno per il Paese, e va contrastato in ogni modo, nonostante le decisioni di qualche tribunale amministrativo locale. Le scuole e gli atenei non possono essere chiusi, altrimenti di questo Paese già martoriato resteranno solo macerie, che graveranno sulle spalle delle nuove generazioni. Di questo è consapevole il Capo dello Stato che ha esortato tutti, poteri pubblici, forze politiche, sindacali e sociali, a superare “gli egoismi”.

Ecco, facciamo nostro il monito di Mattarella e ci appelliamo a superare ogni forma di egoismo, perché una tragedia di oggi non divenga la tragedia delle generazioni di domani. Lasciamo aperte le aule, nelle scuole e negli atenei, prevedendo subito le risorse e gli investimenti per farlo in sicurezza.