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Università e ricerca: gli scienziati europei si mobilitano

La scienza è in cammino in tutta l’Europa, anche l’Italia ora deve mettersi in movimento.

08/09/2014
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Il 19 ottobre tutti gli universitari della Francia si riverseranno a Parigi in bicicletta per richiamare l’attenzione sul mondo della conoscenza, sulle università e sulla ricerca. Chiederanno il finanziamento della ricerca di base, nuove politiche di reclutamento che ridiano centralità agli scienziati, superando la pericolosissima stagione del precariato. E come dicono gli scienziati di Science en Marche, “il potenziale di ricerca e di istruzione superiore del paese dovrebbe svolgere un ruolo chiave nel miglioramento della competitività della nostra economia, ma anche nella definizione dei valori della società del domani”.

Contemporaneamente in Grecia, in Spagna, in Portogallo i ricercatori si stanno organizzando per dare alla lotta iniziata in Francia un respiro europeo, che coinvolga i singoli Stati e poi l’Unione Europea. È francamente inaccettabile che tra tutti i diktat che siamo costretti a subire a causa delle politiche europee, le uniche misure che restano inapplicate sono quelle inerenti il  lavoro e la scienza. Lontanissimo infatti è ancora in questo momento l’obiettivo del 3% del PIL italiano investito in ricerca e sviluppo e le politiche di progressivo definanziamento lo allontanano ancora di più, mettendo l’Italia sull’orlo del baratro e destinandola a un ruolo di secondo piano nella comunità scientifica mondiale.

Anche in Italia è necessaria una iniziativa analoga e noi siamo pronti a organizzarla e a schierarci in prima linea. Contribuiremo perciò a rendere più incisiva e efficace questa mobilitazione, anche integrando le rivendicazioni generali con quelle che sono specifiche della situazione italiana.

Condanniamo quindi, ancora una volta il colpevole ritardo del rinnovo dei contratti, al quale si aggiunge l'inspiegabile blocco dei percorsi di carriera, aggravati in particolar modo dalle dichiarazioni del governo che mostrano di non comprendere in nessun modo il valore sociale e politico della scienza pubblica, della ricerca libera e del cruciale ruolo degli scienziati per la valorizzazione di un sistema paese.

Secondo un’analisi commissionata dalla FLC CGIL fra il 2003 e il 2013, solo nell’Università i contratti precari della ricerca sono quasi raddoppiati, passando da poco meno 18.000 nel 2003 a più 31.000 nel 2013 e in questo stesso decennio nelle Università italiane hanno lavorato con contratti precari oltre 65.000 ricercatori. Di questi più del 93% non è stato assunto ad oggi nel sistema universitario e probabilmente non lo sarà mai. Negli Enti Pubblici di Ricerca, su 30.000 addetti ben 12.000 sono precari, con le stesse conseguenze disastrose. Un patrimonio culturale e di conoscenze che avrebbero permesso all’Italia di risalire la china delle classifiche mondiali delle università viene così totalmente distrutto, con conseguenze che stanno per diventare irreparabili.

E contemporaneamente liberare il sistema della ricerca e del sapere dalle ingerenze governative e dall’inaccettabile modello di valutazione rappresentato dall’istituzione dell’Anvur, un'agenzia che opera al di fuori degli standard internazionali e che ha imposto una deriva dirigista, burocratica e quantitativa alla valutazione e all'accreditamento.

Ma innanzitutto chiederemo una nuova politica di diritto allo studio che permetta sul serio a tutte le studentesse  e gli studenti di intraprendere un percorso formativo e di continuarlo con successo, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e sociali, così come recita la costituzione italiana, che proprio ai meritevoli e ai privi di mezzi garantisce la possibilità di raggiungere i gradi più alti dell’istruzione.

Per noi, le parti sociali, i corpi intermedi e i movimenti devono essere protagonisti nel costruire dal basso forme più avanzate di democrazia e larghe coalizioni per fare del sapere un bene comune al servizio di un diverso modello di sviluppo.