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Ma perché abolire la legge 9/99?

Con la definitiva approvazione della legge 28 marzo 2003 n. 53 è stata cancellata la legge n. 9/99, che aveva aumentato di un anno la durata dell’obbligo scolastico

14/04/2003
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Con la definitiva approvazione della legge 28 marzo 2003 n. 53 che delega il Governo a definire le norme generali sull’istruzione e i livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale, è stata cancellata la legge n. 9/99, che aveva aumentato di un anno la durata dell’obbligo scolastico.

Quella legge fu applicata dall’anno scolastico 99-2000 e produsse un aumento di iscrizioni di circa 50.000 quattordicenni ( dati resi noti dal Miur): certo cadeva su una scuola superiore non riformata, e metteva di fronte al fatto compiuto i suoi insegnanti, cresciuti con la convinzione che la loro era una scuola scelta. Lavorare nella scuola dell’obbligo significa invece assumere l’onore e l’onere di garantire il successo scolastico, cioè il raggiungimento degli obiettivi formativi, a tutti e a ciascuno. Il che implicava una profonda revisione culturale, professionale e organizzativa dell’insegnamento della scuola secondaria, e relativo sostegno, da parte dell’Amministrazione, per essere all’altezza del nuovo compito. Non fu così. Ci sono state difficoltà, che si andavano però gradualmente superando, anche perché nel frattempo fu introdotto l’obbligo formativo fino a 18 anni di età: in tutti i casi, ancorché per noi un solo anno in più fosse insufficiente, con quella legge si cominciava a portare i giovani del nostro paese al passo con i loro coetanei d’oltralpe e a porre le basi per un sistema di educazione permanente, illustre sconosciuta del nostro sistema scolastico e formativo.

Da allora la società si è andata sempre più globalizzando, il mondo è diventato più piccolo, ciò che accade in un angolo sparuto della terra ha ripercussioni più o meno immediate in paesi distanti, complessità e rapidità dei cambiamenti sono diventati elementi costitutivi della realtà contemporanea ( vedi contributo del prof Ceruti a Milano). Per tutto questo il sapere ora più che mai determina l’inclusione o l’esclusione sociale delle persone: c’è bisogno di sapere di più e di rimanere più a lungo nel sistema scolastico per orientarsi, per capire e scegliere consapevolmente, per esercitare una cittadinanza attiva ( si veda a proposito l’esito dell’indagine PISA, curata dall’OCSE).

In questa situazione, il ministro Moratti e la maggioranza che la sostiene hanno deciso di diminuire la durata dell’obbligo scolastico, riportandolo a 8 anni: siamo l’unico paese al mondo che anziché aumentare la permanenza dei giovani nel sistema scolastico la diminuisce, in nome di un futuro diritto-dovere all’istruzione e alla formazione per 12 anni, tutto da costruire, visto che all’art. 2, comma 1 lett. C) si rinvia all’emanazione degli appositi decreti legislativi. Se davvero si voleva garantire questo obiettivo, perché abrogare proprio la legge che intanto teneva tutti i ragazzi in età nel sistema scolastico un anno in più? Perché creare un vuoto, un anno, o forse più, anomalo, per quei quattordicenni che, non più obbligati, non confermeranno l’iscrizione al 1^ anno di scuola secondaria superiore per l’a.s.2003-04? Cosa faranno questi ragazzi in attesa in compiere 15 anni, età a partire dalla quale scattano l’obbligo formativo, l’alternanza scuola-lavoro, prevista dalla stessa legge delega, l’accesso al lavoro minorile, o dei 16 anni per l’apprendistato?

Cosa faranno ministro Moratti, chi si occuperà di loro, come e chi andrà a recuperare quelli che si saranno persi per strada in questo lungo periodo vuoto che Lei ha creato?

Roma, 14 aprile 2003

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