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«Capire il lavoro di ricerca che c’è dietro la didattica»

Otto mesi di pandemia senza quasi mai sentir nominare la ricerca, di fatto l’unico discrimine tra buona e cattiva università

13/11/2020
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Corriere della sera

n questo periodo, l’unica proiezione visibile del mondo dell’istruzione per media e governanti avviene sul piano della didattica. Come se l’unica funzione del docente/ricercatore universitario fosse quella di insegnare qualche ora, per poi tornare nei suoi agi di statale a bassa produttività; otto mesi di pandemia senza quasi mai sentir nominare la ricerca, di fatto l’unico discrimine tra buona e cattiva università. Insegnare ai tempi del Covid è duro, tra monitoraggio di telecamere, schermi, microfoni e connessioni: ma poco è in confronto alla frustrazione di sentirsi esclusivamente etichettati come «vettori di contenuti». Dietro questa veicolazione ci sono ricerca, studio, abnegazione; su un piano ancora più invisibile e posteriore, supervisione di studenti, riunioni, verbali, convegni, seminari, e molto altro. In questi mesi, questo polimorfismo sta venendo sempre più schiacciato e proiettato in un’unica dimensione, come avviene nel romanzo Flatlandia. La pandemia blocca i contatti ma distanzia forse anche la percezione dei ruoli, degli sforzi quotidiani profusi per rendersi credibili davanti a una platea di ragazzi. Senza ricerca non saremmo buoni docenti, ma parleremmo un po’ come il protagonista de Le nuvole di Aristofane, Strepsiade, indottrinato alla bell’e meglio da Socrate solo per convincere il creditore a non esigere da lui quanto gli spetta. Ecco, i ragazzi a cui insegniamo sono creditori di una didattica trasudante di buona ricerca.

Leonardo Egidi, Ricercatore universitario e docente in Statistica, Università di Trieste


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