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L’Iit ha svuotato la ricerca senza produrre risultati

L’Istituto italiano di tecnologia (Iit) fu fondato nel 2005 sotto il governo Berlusconi con Tremonti ministro: pur essendo un ente con la missione di occuparsi di tecnologia e ricerca non ha alcuna relazione con il ministero dell’Università e della Ricerca

02/03/2021
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ROARS

Francesco Sylos Labini

 

L’Istituto italiano di tecnologia (Iit) fu fondato nel 2005 sotto il governo Berlusconi con Tremonti ministro: pur essendo un ente con la missione di occuparsi di tecnologia e ricerca non ha alcuna relazione con il ministero dell’Università e della Ricerca, come tutti gli altri Enti di ricerca, ma solo con il ministero dell’Economia che gli ha dato in dote 100 milioni all’anno. L’ideatore dell’operazione fu Vittorio Grilli, dal 2002 al 2005 ragioniere generale dello Stato e poi alto dirigente del Tesoro. Grilli è stato commissario unico della fondazione Iit per poi diventarne presidente: è oggi presidente del consiglio della fondazione. Roberto Cingolani, attuale ministro della Transizione ecologica, è stato direttore scientifico dal 2005 al 2019.Grilli, dopo la laurea in Bocconi ha passato vari anni tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra e, forte di questa esperienza, tornato in Italia aveva le idee ben chiare su come riformare la ricerca nel nostro paese, che – come scrissero Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – era senza speranza tanto che “riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento…”. L’unico modo per garantire “…rigore, controlli ed incentivi… è muoversi all’esterno dell’università italiana di oggi. Vittorio Grilli ci sta provando con l’Iit: è per questo che cerchiamo di aiutarlo mentre tutti i conservatori lo criticano”.

Questa è stata l’origine ideologica dell’Iit, il primo istituto del nuovo corso della ricerca italiana non più basato sulla struttura pubblica che, con tutti i suoi difetti, è innegabile che abbia prodotto risultati eccellenti. Invece di riformare il sistema, si è pensato di superarlo con una Fondazione privata libera dai “lacci e lacciuoli” della P.A.. Vista la grande disponibilità di fondi (ricordiamo la polemica sui 430 milioni di Iit depositati per anni in un conto infruttifero della Banca d’Italia mentre il resto della ricerca subiva tagli pesanti), l’agilità nel reclutamento e nella spesa sconosciuta al resto degli enti pubblici e la presenza nel consiglio dei grandi capitani d’industria e della finanza del Paese, si potrebbe supporre che i risultati siano stati eccezionali.

La missione principale di Iit era proprio quella di sviluppare il ponte tra ricerca e mondo produttivo, quel ruolo che in Germania svolge la rete di istituti Fraunhofer. Dunque, oltre alla pubblicazione di articoli scientifici che il super budget avrebbe dovuto facilitare, il risultato atteso era quello di dare anche un impulso all’industria ad alta tecnologia, sviluppando collaborazioni dirette e attirando capitali, proprio come la rete Fraunhofer che riceve il 70% dei suoi fondi da contratti con industrie o da progetti di ricerca applicata. Nulla di ciò è avvenuto con Iit, come documentato nella dettagliata indagine svolta dalla senatrice Elena Cattaneo (si vada anche qui) qualche anno fa, che ha anche sollevato molte critiche sulla gestione non trasparente dell’istituto da parte della dirigenza e del direttore scientifico Cingolani, in carica per ben 15 anni (impossibile in un ente di ricerca pubblico).

Dal punto di vista tecnologico il progetto di punta di Iit è il robot iCub: a maggio del 2015 Cingolani dichiarava che “entro fine anno avremo il primo robot di plastica, che costerà come uno scooter” e dovrà “riconvertire gran parte degli impianti dell’industria automobilistica”. Secondo Cattaneo mancava però la “reale strategia di mercato per il robot”; anzi, “anche in riferimento ad altri robot a quattro gambe di Iit non è chiaro il loro vantaggio comparativo rispetto ai già esistenti”. Iit ha infatti adottato una strategia di mercato più simile al sistema sovietico che all’agognato libero mercato: nel primo lo Stato finanzia direttamente i prodotti scientifico-tecnologico (tipo iCub), mentre nel secondo finanzia le piattaforme tecnologiche e poi il mercato dovrebbe rischiare acquistando i brevetti e producendo su scala industriale. Ma forse questo è troppo complicato da capire per la classe imprenditoriale italiana che siede negli organi direttivi di Iit. Al momento l’industria automobilistica italiana non è stata riconvertita alla produzione di iCub e l’Iit è ben lungi dall’essere un modello per la ricerca italiana, che ancora langue in uno stato di abbandono.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)