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La scuola del futuro si reggerà ancora sui precari

"La proposta del governo è scadente", ha dichiarato in un’intervista a Today.it Francesco Sinopoli, segretario generale della FLC CGIL, riferendosi al Decreto Legge 36 sulla formazione e il reclutamento degli insegnanti

31/05/2022
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Today.it

L’alta adesione allo sciopero di ieri (30 maggio) del mondo della scuola ci spinge a una riflessione profonda, perché in ballo non c’è solo il futuro degli insegnanti ma anche quello dei nostri figli e del nostro Paese. Professori, personale Ata e sindacati sono scesi in piazza per dire no al Decreto 36 sulla formazione e il reclutamento degli insegnanti, riforma da portare necessariamente a termine entro fine giugno per poter accedere alla seconda tranche del Pnrr. “Pensare che la riforma di un settore chiave del Paese, quale è la scuola e chi vi lavora, debba piegarsi totalmente al volere dell'Europa, per via dei fondi vincolati del Pnrr, non può essere una giustificazione valida per approvare il DL 36, almeno nella parte che riguarda l'istruzione", ha dichiarato Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief.

Al centro della protesta non ci sono solo i contenuti del testo ma anche il modo con cui queste decisioni sono state prese, ossia senza ascoltare la voce dei diretti interessati. Per questo i lavoratori del mondo della scuola si sono sentiti “traditi” dal governo. “Con il DL 36 – spiegano Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda e Anief – emergono tutte le contraddizioni di misure volte allo stravolgimento del sistema di istruzione a cui si chiedono ulteriori sacrifici in termini di tagli e riduzioni di risorse investite. Il DEF, per i prossimi tre anni, prevede addirittura una diminuzione degli investimenti per la scuola pari allo 0,5% del Pil, riportando la spesa in istruzione ai livelli di dieci anni fa“. Queste le motivazioni che sono alla base dello sciopero nazionale di ieri, per riportare al centro dell’attenzione il mondo dell’istruzione e per chiedere maggiori risorse da investire, non solo nell’edilizia scolastica, ma anche per gli 1,2 milioni di lavoratori del mondo della scuola.

Cosa c’è che non va nel Decreto Legge 36 e come sarà la scuola del futuro? Lo abbiamo chiesto a Francesco Sinopoli, segretario generale della FLC CGIL. Sicuramente non mancheranno i precari, ossia le “persone che (oggi) tengono in piedi la scuola pubblica”, visto che “più riduci le cattedre stabili e più avrai precari”.

Siete scesi in piazza per protestare contro il Decreto Legge 36. Cosa c’è che non va in questa riforma della scuola?

“Questa non è una riforma della scuola, è un decreto legge che interviene su materie che dovrebbero essere in parte di esclusiva competenza della contrattazione collettiva. Questo decreto introduce norme nuove relative al sistema di formazione e reclutamento degli insegnanti, perché nell’impegno che il governo ha assunto sul Pnrr sono stati richiamati questi due aspetti. Entrando nel merito, non si costruisce un sistema di formazione finanziandolo con il taglio degli organici, quello che avviene invece con questo decreto. Vengono tagliate 9.600 cattedre e soprattutto si prevede una formazione non per tutti. Si scrive formazione ma si legge competizione, perché riguarda solo il 40% del totale e si finanzia con i tagli alla scuola. Quindi è un intervento a perdere per la scuola pubblica, non a guadagnare. Rispetto al reclutamento, l’impostazione che il governo ha scelto è quello di un aumento dei CFU (crediti formativi universitari, ndr) che arriverebbero a 60 ma non garantirebbero, dal nostro punto di vista, una formazione in ingresso qualificata. La proposta del governo è scadente sia per la formazione che viene prevista per il reclutamento in ingresso e sia perché mancano le norme che dovrebbero consentire di riconoscere il lavoro ai precari”.

I sindacati dicono che nei prossimi anni sono previsti 12mila insegnanti in meno mentre il ministro Bianchi ha assicurato che fino al 2026 il numero dei docenti rimarrà inalterato. Come stanno veramente le cose?

“Fino al 2026 rimarranno invariati ma poi li tagliano. Il 2026 è domani. Il ministro Bianchi sa perfettamente che il sistema che hanno trovato per finanziare questo intervento è a perdere per la scuola pubblica, lui lo sa benissimo. Per prendere i soldi del Pnrr noi ci inventiamo un sistema di formazione degli insegnanti che prevede di ridurre le risorse della scuola, quelle garantite dallo Stato. Da una parte prendiamo e con l’altra diamo, solo che tagliamo sul bilancio dello Stato. Questo è il principio ed è inaccettabile. La scuola pubblica è fatta al 99% dalle persone che lavorano nella scuola – sono importanti naturalmente le infrastrutture che noi ci auguriamo riusciranno a migliorare grazie al Pnrr – ma poi la scuola la fanno le persone. Se tagli gli organici, tagli il tempo scuola”.

E’ giusto operare dei tagli sulle base della denatalità?

“Se la giustificazione è quella del collasso demografico a cui andremo incontro come Paese, allora vuol dire che se l’unica soluzione è accettarlo e adeguarsi, il Paese non ha più un futuro. Nel frattempo le classi si fanno a 29 alunni. Non puoi sostenere che tra 10 anni il problema non l’avrai, perché se cominci a tagliare adesso avrai garantito un’educazione più scadente per i prossimi 10 anni. E’ proprio sbagliato, dovresti fare invece degli interventi mirati a ridurre l’impatto del calo demografico, un intervento sistemico che non accetta il calo demografico come lo strumento per fare politiche di distruzione. Si stanno facendo i conti con il pallottoliere: siccome nei prossimi anni non avremo bisogno di insegnanti li tagliamo ora, producendo più precari perché più riduci le cattedre stabili e più avrai precari”.

Quindi nella scuola del futuro ci saranno ancora precari?

“Questo è sicuro. Non c’è alcun dubbio. Tra l’altro più tagliamo cattedre e più avremo posti in organico a termine”.

Perché i precari si sentono penalizzati?

“Nel decreto ci sono due interventi: quello che riguarda il sistema di formazione incentivata per gli insegnanti, poi c’è il nuovo sistema di reclutamento che non riconosce ai precari né il diritto all’abilitazione, che giustamente è la cosa che chiedono, né una procedura semplificata per l’entrata in ruolo. Li mette nel calderone del concorso come se di fatto negli anni non avessero lavorato, garantendogli una piccola riserva. Noi diciamo da sempre che bisogna investire sulla formazione degli insegnanti, in particolare su quella in ingresso, e allo stesso tempo permettere ai precari, a cui si consente di accedere ad un percorso di abilitazione avente carattere anche formativo, una procedura di stabilizzazione semplificata. Al termine di questo percorso, una lezione simulata, una prova che dimostri la loro capacità di stare in aula, non che li metti al pari degli altri perché c’è gente che ha lavorato anni e anni a scuola. Non significa fare un’operazione contro il merito, questo significa semplicemente riconoscere il lavoro fatto da persone che tengono in piedi la scuola pubblica”.

Sul fronte dell’adeguamento delle retribuzioni degli insegnanti si sta facendo troppo poco?

“Le risorse che sono previste ad oggi nella legge di bilancio permettono aumenti che variano dai 50 ai 75 euro lordi a fronte di un tasso d’inflazione che va verso il 7%. Noi consideriamo le risorse stanziate insufficienti. Tra l’altro le retribuzioni nel mondo della scuola sono le più basse del pubblico impiego mentre a livello europeo c’è un abisso. Se prendiamo come riferimento altri comparti pubblici in Italia, equivalenti per titoli di studio, il divario è di oltre 350 euro. Che gli insegnanti vengano pagati poco non è una favola, è una realtà. Quando il salario d’ingresso di un collaboratore scolastico è 930 euro e di un insegnante della secondaria, laureato, è di 1.370 euro, troppo poco sono arrabbiati”.

I cambiamenti si devono fare con chi lavora. Quali sono le vostre richieste al governo?

“Innanzitutto la cosa che abbiamo detto con chiarezza è che si rinvii tutta la partita legata alla formazione al contratto collettivo nazionale che peraltro è in discussione all’Aran; che si trovino le risorse per finanziare la formazione non con il taglio degli organici; che il sistema di reclutamento preveda un percorso formativo autentico, strutturato, che non è quello previsto dal governo”.