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La Stampa: “Professori a contratto ora lavorate gratis”

I rettori alle prese con i tagli: “Chi non accetta può dire addio ai corsi”

15/05/2009
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La Stampa

«Molti di noi lavorano a tempo pieno e oggi vengono pagati come una colf» L’insegnamento fa curriculum e serve per riuscire a ottenere altri incarichi.

Non appaiono ancora nelle statistiche ufficiali ma sono sempre di più i volontari in cattedra nelle università italiane. Non parliamo dei ricercatori mandati a lavorare in nero al posto dei docenti, ma di veri e propri titolari ufficiali dei corsi. Più si riducono i fondi assegnati alle università più aumenta il plotone di coloro che accettano di insegnare anche senza vedere un solo euro in cambio. E’ uno scambio di favori tra università e docenti e avviene con i professori a contratto, i free-lance degli atenei, come tutti i free-lance abituati a vivere in una giungla dove tutto è possibile.
Il mese scorso Lorenzo Massobrio, preside della facoltà di Lettere dell’Università di Torino ha organizzato una riunione con i 50 professori a contratto della facoltà. Ha spiegato che la crisi rende necessario tagliare le spese. E quindi, chi vuole lavorare deve farlo gratis. I professori di ruolo non possono avere riduzioni di stipendio, ricercatori e associati nemmeno, e quindi tocca a loro. «Molti mi hanno comunicato di essere disposti a accogliere la mia richiesta», ha spiegato Massobrio.
Lo stesso accade in molti atenei italiani. All’Università di Firenze o in quella di Siena, ad esempio, alle prese con bilanci in rosso profondo. Oppure all’Università di Messina dove oltre al danno di lavorare gratis i nuovi docenti devono subire anche la beffa di sapere che c’è chi nel frattempo di stipendi ne prende addirittura due.
L’Università, infatti, ha bandito nelle scorse settimane concorsi per l’assunzione di undici docenti a contratto, ed era specificato che si trattava di contratti «a titolo gratuito, in quanto volti all’arricchimento delle competenze professionali degli aspiranti». Una decisione presa perché docenti di ruolo hanno rinunciato per andare a fare lezione altrove, ovviamente pagati.
La tentazione di trasformare il più possibile in free-lance i docenti è forte in tutt’Italia e le possibilità di riuscirci sono ampie perché i potenziali volontari sono più numerosi di quelli di ruolo. Nel 2007 i professori ordinari erano 19.625 e gli associati 18.733, molti ma molti di meno dei docenti a contratto che erano 52.051.
Ed infatti le università ne approfittano. E’ stato il senatore Giuseppe Valditara del Pdl a effettuare alcuni calcoli da cui risulta che ad usarne senza troppi scrupoli sono tante: il Politecnico di Torino (18 studenti per ogni docente a contratto), l’Università dell’Insubria (15,3), Milano Bicocca (18,7), Pavia (14,6), Verona (18,3), Venezia Iuav (16,9), Ferrara (11,5), Siena (18,5). Per non parlare delle università libere dove le percentuali scendono ancora di più.
Ad esempio a Bolzano si arriva a 3,5 studenti per ogni docente a contratto, e a Milano Unitel siamo sui 3 studenti, a Roma Europea sui 4,3.
Ma che qualcosa non vada negli stipendi percepiti da quest’esercito di volontari lo si capisce andando oltre queste cifre, e calcolando quanto spendono queste università per i free-lance a contratto rispetto ai docenti di ruolo.
Al Politecnico di Torino, ad esempio, si spende oltre tre volte di più per i docenti di ruolo che per quelli a contratto visto che si elargiscono 53.845.276 euro per 875 tra docenti di ruolo e associati e ricercatori e 2.623.394 euro per 1341 docenti a contratto. Oppure a Bari, dove per ogni docente di ruolo si spendono 60.417 euro e per i docenti a contratto 16.618.
Come è possibile che accada questo? Basta andare a vedere le tabelle dei contratti di docenza di un’università come quella di Genova, facoltà di Giurisprudenza su 105 contratti stipulati per il 2007/08, quasi uno su tre prevedeva 50 euro di compenso lordo annuale. «Tutto in effetti è deciso da una contrattazione fra il precario, lo sponsor, e il dipartimento-facoltà, e i regolamenti ministeriali e degli atenei sono solo gusci vuoti dove si può adattare tutto e il contrario di tutto», spiega Francesco Cerisoli, presidente dell’Aprit, associazione precari della ricerca italiani. «In alcune università i corsi a contratto sono più del 50%, è normale che sia così: ogni anno i fondi si riducono e quindi ci sono poche alternative se si vuole continuare a mantenere aperti degli insegnamenti», spiega Luigi Valbonesi, una pluriennale esperienza da contrattista al Politecnico di Milano. «Anche quando si ha la fortuna come me di essere pagati siamo gli unici a veder diminuire il nostro stipendio di anno in anno. In ogni caso un bel giochino è raffrontare quanto viene pagato un corso a contratto (il che in una qualche misura ne indica il valore che ad esso viene dato dall’università) con l’impegno in termini di ore di lavoro per vedere quanto queste siano pagate: i corsi meglio pagati arrivano al prestigioso livello di essere pagati quanto viene pagata una collaboratrice domestica».
www.lastampa.it/amabile
A leggere il curriculum di Marco Mondini ci si imbatte in una sfilza di pubblicazioni e incarichi in università di prestigio come storico contemporaneo. Gli vai a parlare e si scopre che vive con un assegno di ricerca della Normale di Pisa e che per quattro anni ha insegnato gratis all’università di Padova. E che «solo per caso» non è ancora iniziato il quinto anno di volontariato: nello statuto dell’università di Padova è apparsa una norma che prevede l’incompatibilità tra assegnisti e docenti. «Ho scelto l’assegno ma quando terminerà riprenderò a lavorare a Padova».
Gratis?
«Di sicuro, senza un euro».
E le conviene?
«Certo, si tratta di quello che noi chiamiamo “mantenere il posto in fila”. Bisogna avere un piede sempre dentro l’università se si vuole sperare di andare avanti».
Avanti, dove?
«Esistono alcune regole non scritte in questo mondo. Se io mi presentassi a un concorso senza avere mantenuto il mio piede dentro, non avrei alcuna speranza vincerlo. Lo stesso se ci si vuole presentare a delle selezioni all’estero. Lì non ha alcun peso che io abbia percepito dei soldi oppure no per il mio insegnamento: conta il titolo».
Conta poter scrivere docente sul biglietto da visita?
«In università come Medicina o Giurisprudenza i docenti a contratto sono professionisti che sanno molto bene di poter chiedere parcelle più alte proprio per il titolo acquistato anche se lavorando gratis. E nel mio caso non sono un borsista qualsiasi ma un docente: ci ho guadagnato moltissimo in contatti, in credibilità. E’ uno scambio alla pari: ci guadagno io e ci guadagna la mia università. Infatti è una pratica molto diffusa».
Come gliel’hanno chiesto?
«Il mio professore di riferimento andava via per un anno sabbatico, il suo insegnamento sarebbe stato soppresso. Ho chiesto di prenderlo io al suo posto. Mi hanno risposto di sì, a patto che lo facessi gratis».
Non c’erano soldi?
«No, perché i soldi che un dipartimento ha vengono spesi per gli insegnamenti fondamentali. I complementari vengono affidati alla buona volontà dei docenti. Per me è iniziata così, un corso di 30 ore. Se non avessi tenuto in piedi quel corso l’offerta dell’ateneo si sarebbe impoverita».\