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Più libri, meno cellulari la ricetta per salvare il futuro dei nostri ragazzi

Allarme di Save the Children: in Italia brillanti ma sfiduciati

04/12/2012
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la Repubblica

Concita De Gregorio

DI FUTURO parlano tutti. Che non è più quello di una volta, che non c’è eppure è lì che stiamo andando ma insomma poi di cosa parliamo davvero quando diciamo: futuro? Parliamo di dieci milioni e duecentomila persone, in concreto. Persone piccole, che hanno meno di dieci anni, e persone giovani, che ne hanno meno

DIECI milioni e duecentomila bambini e ragazzi che il rapporto 2012 sull’infanzia italiana di Save the Children descrive così: dieci volte più scoraggiati che in Grecia eppure più bravi a scuola che in Germania, impareggiabili scalatori di condizioni avverse. Senza l’opportunità di aprire un libro, andare al cinema, allenarsi in uno sport, connettersi ad Internet: più di 300 mila di loro in specie da Napoli in giù. Gli stessi, però, tutti col telefonino a 6 anni. Disconnessi, una parte, e iperconnessi, un’altra metà. Davanti al computer ogni giorno, entrambi i genitori assenti da casa. Appassionati di saghe senza adulti, come in “Gone” di Michael Grant, giochi film e fumetti dove i bambini sono orfani, non hanno memoria del passato, devono cavarsela da soli. Delirium, Meto, Feed, Hunger games. Titoli così.
Da questo “Atlante sull’infanzia a rischio”, ecco da dove chi si candida a guidare il Paese dovrebbe cominciare a scrivere un progetto per l’Italia. Bambini, ragazzi, scuola, salute, impiego delle loro intelligenze e sostegno alle difficoltà. Il destino dei giovani di seconda generazione — figli di stranieri — che sono già adesso il 10 per cento del totale, la cura dell’ambiente in cui questi ragazzi vivono. E invece. C’è qualcuno che pensi a cosa sarà dell’Italia fra vent’anni? Che misuri quel che è utile non in mesi ma in decenni, non sul suo proprio destino ma su quello di chi verrà? Ecco, questo sì sarebbe rivoluzionario. Questo davvero avrebbe “profumo di sinistra”. In questi ambiti tutto il denaro che si impiega non è una spesa ma un investimento. I finanziamenti al Piano per l’infanzia, che ancora oggi in Italia non ci sono, dovrebbero essere scorporati dal debito pubblico esattamente per questa elementare ragione. Non sono una spesa, sono un investimento. Come quando un’azienda compra un macchinario nuovo, proprio
così. Sono, inoltre, investimenti capaci di generare lavoro. Persino Confindustria è d’accordo e lo certifica.
I dati del rapporto, qualche spunto. Nel 2012 sono nati 60 mila bambini in meno rispetto all’anno scorso. L’aspettativa di vita, per contro, aumenta di due mesi ogni anno. Fra vent’anni ciascuno vivrà quasi due anni in
più e ogni nuovo nato dovrà farsi carico di sei persone anziane e inattive. Mezzo milione di neonati sono venuti al mondo, quest’anno, con 3 milioni e mezzo di debito pubblico a testa. I bambini saranno presto più preziosi del petrolio. Questa la scena. Vediamo cosa accade sul palco.
C’è, specialmente al Sud, un
numero impressionante di ragazzi chiamati dal rapporto “disconnessi culturali”. Più di trecentomila di persone sotto i 18 anni non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o un pc. Non è vero che i ragazzi sono tutti su Internet: il 33 per cento, uno su tre, non ha accesso alla rete. Accade in Campania, Sicilia, Calabria, in Puglia: un ragazzino su quattro non fa nessuna attività sportiva, uno su cinque non varca la soglia di un cine, quasi la metà non legge libri. Nelle stesse regioni tre bambini su dieci fra quelli che hanno meno di 10 anni possiedono un cellulare. Il telefono è l’unica cosa che hanno. Oltre alla tv, certo, naturalmente.
Le scuole italiane sono tra le più vecchie d’Europa, come edifici, gli insegnanti pure. Tra i giovani sotto i 24 anni uno su quattro non studia né lavora, la disoccupazione cresce soprattutto fra i laureati, siamo il primo paese d’Europa come tasso di “scoraggiamento”: un ragazzo
su tre rinuncia a cercare lavoro, una media dieci volte più alta di quella greca. La maggioranza degli under 34 vive coi genitori, soprattutto al Sud. 720 minori sono in condizione di povertà assoluta. I prestiti bancari alle giovani coppie, alle famiglie o ai ragazzi con reddito cosiddetto flessibile — che ipocrita eufemismo — sono più che dimezzati in un anno. Il rapporto parla di distopia, il contrario dell’utopia. Significa nessuna speranza, nessuna attesa, inedia e insieme rabbia.
Più della metà di questi bambini vive in città o paesi ad altissimo rischio di contaminazione ambientale: una cartina dei bambini cresciuti affianco all’Ilva, al quartiere Tamburi, parla per tutte. Il 7 per cento dei nostri figli cresce accanto a impianti chimici, petrolchimici, aree portuali e insediamenti industriali, discariche e zone a rischio non bonificate, illegali rispetto alle normative europee. La loro salute è compromessa alla nascita, le spese sanitarie
saranno a loro carico. L’interruzione scolastica è la più alta d’Europa. Il virus della violenza domestica, i padri contro le madri, in aumento, e quello della pressione delle mafie esercita su di loro la forza di un esempio, li costringe reclute. Nonostante questo i ragazzi italiani hanno il più alto indice di “resilienza”: la capacità di ottenere risultati
(scolastici, scientifici) nella norma o spesso sopra la norma partendo da condizioni avverse. Un’indole che ha qualcosa in comune con l’ostinazione con cui gli elettori del centrosinistra credono nella forza della democrazia e della rappresentanza nonostante le ripetute delusioni. È lo stesso Paese, quello descritto
nelle 77 mappe dell’Atlante, in cui Federico Morello a 13 anni è stato capace di convincere il suo comune in Friuli a dotarsi della banda larga; in cui un professore del-l’Itis Majorana di Brindisi ha saputo mettere in rete 800 insegnanti di 70 scuole per realizzare e stampare in classe i libri: un progetto — Book in progress — che fa risparmiare alle famiglie 300 euro di spese per i testi; è il Paese dove gli studenti gestiscono on line la più grande scuola gratuita, Oilproject, lezioni materiali ed esercizi condivisi; dove gli stessi studenti per la prima volta in Italia studiano un piano di mobilità da e verso la scuola (Mobilty manager studentesco) in modo che i bambini e i ragazzi possano muoversi da soli e non, come oggi accade in un caso su tre, essere accompagnati a scuola e persino all’università in auto. Un’Italia due passi avanti a chi la governa.
Ecco, il vero banco di prova di chi si candida oggi a guidare il Paese è questo: investire nei bambini e nei ragazzi, coloro che siederanno domani dove oggi noi siamo seduti, che giudicheranno le nostre azioni e omissioni, che ci chiederanno conto di dove eravamo e cosa abbiamo fatto. Il Piano nazionale per l’infanzia approvato con grande ritardo non è stato mai finanziato ed è rimasto lettera morta. All’investimento sul futuro è destinato l’1,4 per cento del prodotto interno lordo. Niente. Eppure ogni singolo elettore, ogni famiglia italiana vive nell’angoscia del futuro dei suoi figli. Pensa che rivoluzione sarebbe dare una risposta proprio a loro, cioè a ciascuno di noi. Pensa che campagna elettorale, che musica per le orecchie di chi ancora ostinatamente spera, che magnifica sorpresa sarebbe dire: non m’interessa il mio futuro, m’interessa il vostro.