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Università: ricercatori fantasma, una storia senza fine

Sono passati quattro anni da quando alcuni giovani ricercatori precari festeggiarono la loro vittoria dei concorsi per ricercatori a tempo indeterminato: gli ultimi, prima dell’avvento della famigerata legge Gelmini che precarizzò tutto e tutti

20/01/2015
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Il Fatto Quotidiano

Alessandro Ferretti

Sono passati quattro anni da quando alcuni giovani ricercatori precari festeggiarono la loro vittoria dei concorsi per ricercatori a tempo indeterminato: gli ultimi, prima dell’avvento della famigerata legge Gelmini che precarizzò tutto e tutti. Eppure, per alcuni di loro la vittoria non si è concretizzata nel tanto sospirato posto di lavoro, ma si è trasformata in un incubo kafkiano: una vita in animazione sospesa, della quale ancora non si vede la fine.

Mariastella Gelmini, paladina della meritocrazia, decretò infatti nel 2010 che le università “non virtuose”, individuate tramite una selva di parametri puramente finanziari, andavano punite con il blocco di ogni assunzione: anche di quelle di coloro, come i precari, che della “non virtuosità” non potevano avere la seppur minima responsabilità, e che si sono ritrovati a dover pagare per tutti. La situazione dei “fantasmi” è molto particolare: avrebbero un posto di lavoro, ma in mancanza della presa di servizio sono dei semplici disoccupati e continuano a lavorare da precari solo grazie a borse ed assegni. Non possono neanche partecipare ad altri concorsi, pena la perdita del diritto acquisito.

Dopo 2 interminabili anni di blocco, nel 2012 il Ministero rivede i criteri e le Università tornano ad assumere, ma per molti l’incubo non finisce: il blocco del turnover e i criteri “premiali” hanno falcidiato le possibilità di assunzione degli atenei, sempre in nome del “merito”. A Bari, ad esempio, nel 2012 vengono assunti solo 16 fantasmi su 33, e altri 10 nel 2013. Il criterio stabilito dall’amministrazione UniBa è quello delle esigenze di docenza, definite in modo sostanzialmente arbitrario e che non tengono conto dei tempi d’attesa del singolo ricercatore.

E così, quattro anni dopo i concorsi si arriva al 29 dicembre 2014, data attesa per l’ultimo atto della questione. I rimanenti 7 ricercatori erano abbastanza fiduciosi di veder conclusa la propria drammatica attesa, soprattutto vista la priorità più volte ribadita in diversi consessi accademici da Senato e CdA…. e invece, arriva il colpo di scena. L’amministrazione attuale di UniBa afferma di dover sanare errori della precedente amministrazione (professori associati erroneamente assunti con il piano straordinario); inoltre, i malcapitati fantasmi scoprono che alcuni punti organico sono stati già stati utilizzati in anticipazione, sulla base di un decreto ministeriale a firma del dott. Livon, per la stabilizzazione di personale tecnico-amministrativo (anticipazione peraltro ritenuta “non utilizzabile” per i ricercatori nel gennaio del medesimo anno!). Risultato: si possono assumere solo due ricercatori, per gli altri cinque niente assunzione prima del gennaio 2016, sempre che non ci siano nuovi ed impellenti impegni o errori da sanare!

Alessandra Contino, che ormai da anni si occupa di diagnosi precoce di malattie neurodegenerative quali l’Alzheimer, è una di coloro che hanno visto ulteriormente prorogata la condizione di ectoplasma e ha qualche domanda da porre: “E’ giusto che sia il singolo, il cittadino, il giovane, il ricercatore a dover pagare per gli errori della amministrazione? Come è possibile che si dia la precedenza ad avanzamenti di carriera o a stabilizzazioni provenienti da concorsi a tempo determinato, rispetto a chi attende da anni, da disoccupato, il suo posto di lavoro? Ma soprattutto davvero l’Università vuole puntare sui giovani e sulla ricerca?”

L’esterofilia suicida vuole che chiunque abbia scelto di lottare e sacrificarsi per portare il suo prezioso e riconosciuto contributo alla scienza e alla cultura in Italia sia, nel migliore dei casi, uno sciocco e nel peggiore un bieco raccomandato. I rimanenti fantasmi, all’inizio del quinto anno della loro permanenza in limbo logorante e insostenibile, sono rimasti soli a chiedersi se davvero valga la pena restare in Italia per fare ricerca. Viviamo in un Paese dove la ministra Giannini spende soldi pubblici ed emana proclami trionfanti per il rientro di (pochissimi) ricercatori emigrati all’estero, ma al contempo lascia che la dignità e i più elementari diritti di coloro che sono rimasti vengano calpestati senza ritegno… fino a quando permetteremo, con il nostro silenzio e la nostra indifferenza, il perpetuarsi di queste barbarie?